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	<title>Toh &#8211; Toh! Magazine</title>
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		<title>Raye – This Music May Contain Hope.: review dell’album più ambizioso del 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Di Rosalia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 14:15:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[raye]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo disco di RAYE è una perla rara in un mondo di perle fake. Leggi la review</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://toh-magazine.com/2026/03/raye-this-music-may-contain-hope-recensione-2026/">Raye – This Music May Contain Hope.: review dell’album più ambizioso del 2026</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://toh-magazine.com">Toh! Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE. è un’opera ambiziosa e profondamente personale</strong> che mostra RAYE nella sua forma più audace e intensa sul piano emotivo. Segna una nuova, decisa evoluzione per l’artista del sud di Londra, che <strong>trasforma dolore, insicurezze e conflitti interiori in un racconto sonoro dal respiro cinematografico, incentrato su resilienza e rinascita.Tra pop, R&amp;B, jazz, big band, soul e suggestioni orchestrali, i 17 brani dell’album si sviluppano come un dramma contemporaneo dai colori vividi, in equilibrio tra momenti di oscurità e una costante tensione verso un ottimismo combattivo</strong>. Il risultato è un lavoro <strong>immersivo e carico di emozione</strong>, <strong>che restituisce alla speranza un significato lontano da ogni ingenuità: qualcosa di conquistato con fatica, fragile e, proprio per questo, profondamente trasformativo.</strong></p>



<p>In un momento dove l&#8217;industria premia la sintesi, RAYE sceglie l’espansione e costruisce un disco che difficilmente passerà inosservato poiché va consumato e vissuto. </p>



<p>73 minuti. Diciassette tracce. <a href="https://toh-magazine.com">Un concept album</a> diviso in quattro atti, o “stagioni”, che raccontano un percorso emotivo dalla rottura alla ricostruzione, dalla depressione alla felicità, dai paragoni con altri artisti (inevitabile) fino alla consapevolezza di sè. This Music contains hope. è, senza giri di parole, il disco dell&#8217;anno e difficilmente lo troveremo sotto la prima posizione degli album più venduti in Inghilterra almeno fino all&#8217;estate. </p>



<h3><em>This Music May Contain Hope.</em> è costruito come un musical contemporaneo: jazz, soul, big band, elettronica, orchestrazioni cinematografiche, spoken word. Tutto insieme, come insegna il jazz, espressione musicale che RAYE ha interiorizzato e non solo ascoltato.</h3>



<p>Su 17 pezzi forse solo tre o quattro possono essere etichettati come singoli che funzionano, perfetti per la radio ma in questo disco c&#8217;è una struttura da grande musicista e soprattutto una cosa che nel pop si sta perdendo quasi completamente: Esiste una narrazione e vi dirò di più questo album  va ascoltato dall’inizio alla fine, pensiero ormai bandito, nell&#8217;era degli hook da 15 secondi. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img data-attachment-id="111156" data-permalink="https://toh-magazine.com/2026/03/raye-this-music-may-contain-hope-recensione-2026/schermata-2026-03-28-alle-15-05-42/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42.png" data-orig-size="601,600" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42" data-image-description="" data-medium-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-300x300.png" data-large-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42.png" width="601" height="600" src="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42.png" alt="" class="wp-image-111156" srcset="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42.png 601w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-300x300.png 300w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-150x150.png 150w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-450x449.png 450w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-350x349.png 350w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2026/03/Schermata-2026-03-28-alle-15.05.42-50x50.png 50w" sizes="(max-width: 601px) 100vw, 601px" /></figure></div>



<p>RAYE canta come se fosse su un palco, non in uno studio e questa cosa si percepisce in ogni brano, da quello più difficile a quello più catchy, passando da un registro jazz anni ’50 a momenti quasi da showgirl tragica, con un controllo vocale che oggi nel pop mainstream semplicemente non esiste, si perchè Adele fa parte di un&#8217;altra era e perchè Amy Winehouse è morta. Le influenze sono evidenti: da Shirley Bassey a certa tradizione soul orchestrale, fino ad alcuni pezzi dance che ricordano la RAYE vocalist dell&#8217;inizio carriera ma non diventano mai imitazioni perchè RAYE è unica e sa come citare restando se stessa. </p>



<h3>Ci sono momenti in cui il disco si compiace e mi riferisco agli  intermezzi parlati di alcune tracce troppo lunghe, di idee che avrebbero avuto bisogno di essere tagliate senza pensarci due volte. Non tutto è necessario, a volte l&#8217;artista sembra più interessata a dimostrare quanto è capace, piuttosto che a lasciare respirare le canzoni.</h3>



<p>Ma, ed è un “ma” enorme, è un difetto che deriva da un eccesso di visione, non dalla sua assenza. </p>



<p>In un momento storico in cui il pop è diventato prudente, algoritmico, quasi vigliacco, questo disco fa una cosa rarissima: rischia davvero.</p>



<p>RAYE prende il dolore e lo rende spettacolo, lo trasforma in qualcosa che ha più a che fare con il teatro che con <a href="https://www.tiktok.com/@raye?lang=it-IT">TikTok</a>. E sì, a volte sbaglia ma almeno prova a fare qualcosa che non sia già stato approvato da un team marketing,</p>



<p><em>This Music May Contain Hope.</em> non è un capolavoro perfetto e forse per questo è molto più interessante di così. È un disco disordinato, eccessivo, a tratti autoindulgente.<br>Ma è anche uno dei pochi lavori recenti che sembrano avere <strong>un’identità reale</strong>, non costruita. E oggi, nel mondo sempre più omologato del pop, è già una rivoluzione.</p>



<p class="has-white-color has-text-color">Raye This Music May Contain Hope recensione Raye This Music May Contain Hope recensione</p>



<p>Ph. credits: Aliyah Otchere</p>



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		<title>Brett Charles Seiler: fragile come un segreto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Marzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 19:37:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Art]]></category>
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		<category><![CDATA[Toh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brett Seiler non racconta: suggerisce, accenna, lascia che la vulnerabilità si depositi sulla tela come un segreto che non ha bisogno di parole.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/">Brett Charles Seiler: fragile come un segreto</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://toh-magazine.com">Toh! Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h4>Brett Charles Seiler non dipinge corpi, ma desideri che si trattengono sulla superficie della pelle. Nei suoi quadri, l’intimità è un linguaggio indecifrabile, un gesto che oscilla tra la dolcezza e la resa, tra l’abbraccio e la lotta.</h4>



<p>Brett <a href="https://www.instagram.com/brettseiler/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Seiler</a> abita quella zona ambigua dove l’amore diventa sguardo e lo sguardo diventa confessione. Ogni figura, ogni spazio, sembra respirare un silenzio carico di tensione, come se la pittura stessa fosse un modo di ricordare ciò che si è amato — o che si è perso.</p>



<p>Nel caos gentile del suo studio, Brett Charles Seiler trasforma il disordine in rivelazione. I corpi che ritrae non sono mai soltanto corpi: sono testimoni di una presenza, di un momento fugace, di un’intimità condivisa e subito negata. C’è una sensualità quieta nei suoi interni, una malinconia che sussurra più di quanto mostri. </p>



<h3>Brett Seiler non racconta: suggerisce, accenna, lascia che la vulnerabilità si depositi sulla tela come un segreto che non ha bisogno di parole.</h3>



<p>Guardare un suo dipinto è come spiare dalla serratura un pensiero privato — non per violarlo, ma per sentirne il respiro. In quell’equilibrio fragile tra luce e silenzio, tra corpo e memoria, Brett Charles Seiler costruisce un linguaggio della tenerezza che sa essere anche resistenza.</p>



<p><strong>Nelle tue opere, l’intimità è un atto di resistenza o di resa?</strong></p>



<p>Credo un po’ entrambe le cose. Per esempio, c’è un dipinto in cui le figure si abbracciano, ma allo stesso tempo sembra quasi che stiano lottando. C’è quindi una sorta di dualità all’interno dei ritratti. Immagino dipenda anche dal singolo soggetto, dal suo stato d’animo — se desidera essere visto, oppure se preferisce qualcosa di più delicato e sensibile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110610" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_8556/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_8556-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>Nel tuo processo creativo c’è spazio per il silenzio, o è tutto rumore?</strong></p>



<p>Creativamente parlando, direi che il mio processo è piuttosto tranquillo. C’è sempre della musica in sottofondo, ma anche momenti per un pisolino pomeridiano o per leggere un libro. Il vero rumore nasce quando rifletto intensamente su un dipinto, quando rimugino su una decisione presa nel lavoro. È in quei momenti che tutto diventa un po’ caotico: cerco significato in piccoli segni, in tracce minime. </p>



<h3>Tutto è sparso sul pavimento, e piano piano resta lì, prende forma, finché non trova il suo posto nel dipinto. </h3>



<p>Anche quello, in fondo, è un tipo di rumore. Quindi, direi: non troppa chiarezza, almeno finché l’opera non si sente completa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110611" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/1d1ea020-c770-4371-b734-d77ad6b60750/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/1D1EA020-C770-4371-B734-D77AD6B60750.jpg" data-orig-size="1440,1764" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>Il tuo studio è un santuario o un campo di battaglia emotivo?</strong></p>



<p>Il mio studio è letteralmente una bomba di immagini di riferimento, vernici, cartoni, sedie… tutto è un po’ caotico.</p>



<h3>Sembra un rumore costante, necessario a creare qualcosa, ma in realtà tutto si placa quando il lavoro è finito. </h3>



<p>È allora che arriva il momento di riflettere e vedere cosa è emerso da questo “campo di battaglia emotivo”. Ma un santuario, no, il mio studio non lo è affatto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110616" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_0479/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0479-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.78&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 15 Pro&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1736184556&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6.7649998656528&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;80&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.00091407678244973&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>La tua arte è spesso corporea: il corpo che dipingi è un oggetto, un amante o un alter ego?</strong></p>



<p>Dipingo i miei amici, i miei amanti, le mie muse e le persone che incontro lungo il cammino. Credo che non si tratti solo del corpo in sé, ma del modo in cui quel corpo è collocato, di come interagisce, se guarda un altro corpo — o se guarda chi osserva.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110613" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_2988/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_2988-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.78&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 15 Pro&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1747236735&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6.7649998656528&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;64&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0041152263374486&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>Usi spesso le stesse palette di colori: sono conforto, ossessione o un linguaggio segreto tra te e la tela?</strong></p>



<p>Ho iniziato con una gamma monocromatica perché dipingevo vecchie fotografie, che erano in bianco e nero — o a volte in seppia. Penso che questa onda di colore trasmetta una sensazione di nostalgia, come un ricordo che svanisce. Quindi, direi che i colori, più che una scelta, sono un sentimento.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110618" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_3472-1/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_3472-1-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.78&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 15 Pro&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1714560583&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6.7649998656528&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;200&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0082644628099174&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>Quando dipingi una figura solitaria nello spazio, cosa vuoi dire sulla sua solitudine e sulla sua sensualità?</strong></p>



<p>Dipingerne una sola, credo, significa semplicemente catturare un momento fugace. È come un segno che dice “sono stato qui”, qualcosa di quasi esistenziale. Essere intrappolati, da soli, nei quattro angoli di un dipinto. Mi piace pensare che le persone possano riconoscersi in questo: nel vedere qualcuno da solo, talvolta nudo, o solo nell’atto di cambiarsi. È un istante — non del tutto privato, ma neppure esplicito. Solo un frammento di quotidianità, un momento qualunque del giorno.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110614" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_3169-2/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_3169-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.78&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 15 Pro&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1748521851&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6.7649998656528&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;80&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0082644628099174&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p>I<strong> tuoi interni raccontano segreti: sono rifugi, trappole o inviti?</strong></p>



<p>Dipende molto dall’ambiente. Un tempo dipingevo persone negli appartamenti, esplorando l’idea di costruire o inventarsi una casa. Ora invece dipingo persone nel mio studio, immersi nel suo caos — pieno di piccoli indizi, riferimenti a lavori precedenti, frasi e annotazioni sparse. Mi piace pensarlo come una sorta di tana del bianconiglio. Che poi gli altri lo vedano come un rifugio o come una trappola, beh, questo dipende dallo sguardo di chi osserva.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="110615" data-permalink="https://toh-magazine.com/2025/10/brett-charles-seiler-fragile-come-un-segreto/img_2300/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_2300-scaled.jpg" data-orig-size="1920,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;1.78&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 15 Pro&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1744716441&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6.7649998656528&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;160&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0082644628099174&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Brett Charles Seller" data-image-description="&lt;p&gt;Brett Charles Seller&lt;/p&gt;
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<p><strong>Le tue scene spesso sembrano intime e private: c’è mai un momento in cui ti senti un intruso o un collaboratore?</strong></p>



<p>È un invito a entrare nel mio studio, nella mia mente, nella mia vita privata — in effetti, sembrano quasi pagine di un diario. Essendo un lavoro così autobiografico, credo che la possibilità di intrusione sia inevitabile, ma non per colpa di nessuno: semplicemente, si tratta di uno sguardo da voyeur. Penso che il modo per collaborare, invece, sia sentire la stessa cosa, o riconoscersi nel dipinto.</p>



<p><strong>Cosa ti manca di più nella vita?</strong></p>



<p>Mio papà.</p>
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		<title>Rhye: lodi mattutine e disco music domestica</title>
		<link>https://toh-magazine.com/2021/01/rhye-intervista-mike-milosh-toh-magazine-music/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=rhye-intervista-mike-milosh-toh-magazine-music</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mascolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 10:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[Toh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel terzo disco dei Rhye di Mike Milosh ritroviamo il canzoniere pop sensuale e gentile che abbiamo sempre amato.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3><a href="https://www.instagram.com/rhye/">Nel terzo disco</a> dei Rhye di Mike Milosh ritroviamo il canzoniere pop sensuale e gentile che abbiamo sempre amato che abbraccia sonorità <a href="https://toh-magazine.com/2021/01/album-2021-toh-magazine-music/">disco</a> da dimensione domestica, da interno giorno, ma con una grande finestra sul mondo là fuori, alle prime luci dell’alba. </h3>



<p>Chissà se ultimamente vi è capitato di svegliarvi molto presto destati dall’insonnia? “Home” allora è un respiro da meditare, un flusso distensivo. E l’amore per la luce e i colori delle prime ore del giorno, ci restituiscono le immagini e la musica, in una sinfonia sinestetica.</p>



<p>Come lo scatto di copertina, con la sua doppia esposizione, le canzoni di “Home”, ascolto dopo ascolto, ci avvolgono con le loro sfumature, come linee del corpo della propria amata che diventano sensuali groove di benessere. Queste e altre suggestioni sono emerse dalla chiacchierata da zona rossa con Mike Milosh, che ci ha rivelato molte cose, tra musica ambient e meditazione, opere monumentali, fotografia, vasche da bagno, cervi; elementi preziosi per avventurarci con il disco dell’artista canadese, che ormai ha trovato dimora nei dintorni di Los Angeles, nuovo epicentro creativo, in attesa che la sua casa sia nuovamente il viaggio e il palco di un concerto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized is-style-default"><img data-attachment-id="14088" data-permalink="https://toh-magazine.com/rhye-by-emma-marie-jenkinson-2-scaled/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/Rhye-by-Emma-Marie-Jenkinson-2-scaled-1.jpg" data-orig-size="2088,2560" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="Rhye-by-Emma-Marie-Jenkinson-2-scaled" data-image-description="&lt;p&gt;Rhye-by-Emma-Marie-Jenkinson&lt;/p&gt;
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<h4><strong>Ciao Milosh, spero tutto bene, l’ultima volta ci siamo salutati con le parole di “Stay Safe” &#8211; «You wanna lay low, you wanna stay safe, let&#8217;s make a home», alla fine hai messo su casa, anche in un disco.</strong><br></h4>



<p>Sì, è stato malauguratamente singolare direi. Chi l’avrebbe mai detto? “Stay Home” profetizzava il fatto che avremmo dovuto ripensare la casa in maniera diversa, come un bastione dove ricreare la propria sicurezza.<br>Una strana connessione con questo disco e il suo titolo.</p>



<h4>Com’è stata la tua dimensione domestica, la creatività, la convivenza con Geneviève?</h4>



<p>Mi rendo conto che per noi è stato un anno incredibilmente fortunato: abbiamo comprato casa a febbraio e ci ho costruito uno studio di registrazione. Viviamo in cima a una montagna, poco distanti da Los Angeles. In un certo senso ho dato forma alla mia casa con l’idea in testa di uno spazio pensato per la creatività: tra fotografia, spazi per girare i video e ovviamente per registrare. Abbiamo acquistato casa prima della<br>pandemia e siamo stati davvero fortunati: anche perché non ho mai comprato una casa in vita mia! Sono sempre stato abituato ad essere un viaggiatore a tempo pieno, facendo molti concerti.</p>



<h4>A proposito del tuo rapporto con Geneviève come musa e soggetto dei tuoi scatti fotografici, i tuoi primi dischi erano avvolti in una copertina in bianco e nero, ora la tua musica è a colori?</h4>



<p><br>I primi due dischi dovevano essere in bianco e nero. Da “Spirit” ho sentito che doveva subentrare il colore.<br>E poi questo disco è molto di più sul modo in cui i raggi del sole illuminano una montagna. E ci sono stati tanti giorni in cui mi sono svegliato alle tre, alle quattro o alle cinque, per fotografare l’alba. I colori in questo disco sono proprio relativi all’alba. E poi sì, c’è la copertina: abbiamo una vasca da bagno fuori e ho immortalato Geneviève mentre esce dall’acqua, ed è diventato un livello su cui lavorare per la copertina del<br>disco.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized is-style-default"><img data-attachment-id="13957" data-permalink="https://toh-magazine.com/2021/01/album-2021-toh-magazine-music/rhye_home_cover_digital/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital.jpeg" data-orig-size="600,600" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="" data-image-description="" data-medium-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-300x300.jpeg" data-large-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital.jpeg" loading="lazy" src="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital.jpeg" alt="Rhye INTERVISTA MIKE MILOSH" class="wp-image-13957" width="600" height="600" srcset="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital.jpeg 600w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-300x300.jpeg 300w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-150x150.jpeg 150w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-450x450.jpeg 450w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-350x350.jpeg 350w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/RHYE_HOME_cover_Digital-50x50.jpeg 50w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<h4><br>Dalle fredde acque islandesi della copertina di “Blood” a quelle miti losangeline per “Home”, insomma! Pur con tutti i locali chiusi, il 2020 è stato un anno segnato musicalmente da un revival disco in ambito<br>mainstream. Pensi che “Home” sia la tua visione disco adatta per le mura domestiche?</h4>



<p><br>Già, una disco per il giorno! Non so se sia realmente un lavoro disco. Di sicuro c’è un’unione di molti generi: musica classica, cori gregoriani, elementi del rock classico &#8211; penso a T-Rex e Fleetwood Mac &#8211; e ovviamente<br>qualche beat per la pista da ballo, soprattutto in “Sweetest Revenge” e ovviamente “<a href="https://toh-magazine.com/2020/11/chi-non-vorrebbe-ballare-cone-aaron-taylor-johnson-nel-nuovo-video-di-rhy/">Black Rain</a>”. Ecco, a dire il vero, quegli archi ‘tararararà’ (accenna al motivo di archi, NdA), sono proprio una cosa così disco! In<br>realtà la mia idea era quella di un disco eclettico. E forse la dimensione disco, a differenza di quella techno o di altri generi da due di notte in un club, tra edonismo e oscurità, è un po’ più giocosa e luminosa.</p>



<h4>Hai menzionato “Black Rain”, come sei finito a lavorare con la coppia Aaron e Sam Taylor-Johnson per il videoclip?</h4>



<p>Siamo molto amici, passiamo molto tempo insieme! Quando ho chiesto ad Aaron del video ero parecchio nervoso al riguardo, perché comunque parliamo di un grande attore! Ma mi sono fatto forza e gli ho<br>chiesto – «Hey, ti andrebbe di apparire in un mio videoclip?» – «Certo che mi piacerebbe!» E poi mi dice &#8211; «Che ne dici se a dirigerlo ci fosse Sam?» &#8211; «Ma ovvio! Sarebbe fantastico!». Amo il lavoro di Sam, così come amo Aaron. Il giorno delle riprese dovevamo fare un semplice di test della camera e Aaron ha fatto due take. Guardandoli, ci siamo resi conto che quello sarebbe stato il video fatto e finito, ci è sembrato che evocasse molta energia, quella voglia di ballare e lasciare andare via i problemi. Una camera, un take, una danza!</p>


<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><a href="https://toh-magazine.com/2021/01/rhye-intervista-mike-milosh-toh-magazine-music/"><img src="//i.ytimg.com/vi/0fizVDRsvOI/hqdefault.jpg" alt="YouTube Video"></a><br /><br /><figcaption></figcaption></figure>


<h5><br>È molto bello perché c’è una certa simmetria nel lavoro artistico di coppia. Così come Geneviève prende parte al tuo lavoro con la regia dei videoclip. In quello di “Helpless”, un giovanotto, interpretato da Xuly Williams, non sembra molto contento di andare in questo centro di meditazione, eppure sembra trovare gioia &#8211; e forse l’amore. Ci racconti di una cosa che hai fatto con poca spinta, o magari paura, che è finita per diventare una cosa grandiosa?</h5>



<p>Oh, penso ai miei esordi in cui avevo molta paura di salire sul palco. Ricordo uno dei primi concerti da solo come Milosh in Spagna. Doveva essere il duemila… forse il 2007. Pensavo si trattasse di un minuscolo<br>concerto e quando arrivo scopro che ci sono tipo 2500 persone. Non mi sarei mai immaginato così tante persone, ma avevo preso l’impegno e non potevo certo tirarmi indietro! Ero terrorizzato, sentivo una<br>grandissima paura. Piano piano, concerto dopo concerto, recensione dopo recensione, inizi a costruire la tua confortevolezza sul palco e non ti resta che abbracciarla. Se qualcosa va storto, accettalo! Se il tuo amplificatore ti molla a metà concerto, ridici su, stai al gioco! Realizzi che nulla di tutto ciò è fatto per metterti paura, ma è una circostanza di divertimento. E allora ho ripensato alla mia dimensione dal vivo.</p>



<h4>Sei un multistrumentista e sul disco suoni quasi tutto tu, ma non sapevo che avessi praticato anche il violoncello!</h4>



<p>Sì, ho iniziato davvero da piccolo. Mio padre è un violinista e mi ha iniziato al violoncello quando avevo tre anni con il metodo Suzuki. Poi ho iniziato a prendere lezioni e suonare con mio padre nel suo quartetto, fino a unirmi a un’orchestra quando avevo undici, dodici anni. Ero molto connesso con il mondo del violoncello classico, poi a quindici, sedici anni, ho iniziato a suonare la batteria e fare rock psichedelico, cose Motown, fino ad approdare in una scuola jazz e poi di produzione. Sicuramente la mia formazione mi ha permesso di comprendere molti aspetti del songwriting e della produzione. Ora non suono più il violoncello, ma mi piace sempre scrivere gli arrangiamenti d’archi. Di solito suono tastiere o piano e le parti<br>di batteria. L’unico strumento che non mi piace suonare è il basso: quando suono il basso non esce mai niente di buono! Faccio sempre in modo che qualcun altro suoni il basso.</p>


<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><a href="https://toh-magazine.com/2021/01/rhye-intervista-mike-milosh-toh-magazine-music/"><img src="//i.ytimg.com/vi/cG2SFddXgBk/hqdefault.jpg" alt="YouTube Video"></a><br /><br /><figcaption></figcaption></figure>


<h4>Il tuo disco si apre e si chiude con un coro. Come sei riuscito nell’anno della pandemia ad avere il Danish National Girls’ Choir nel tuo disco?</h4>



<p>Abbiamo fatto un concerto insieme tre anni fa. È stata, dal punto di vista musicale, una delle notti più belle della mia vita. Ho continuato a parlarne e sognare di averle su disco. E poi è una di quelle cose che è successa. A forza di insistere le porte si aprono!</p>



<h4>Ci racconti della vostra esperienza con i Secular Sabbaths che organizzate e come avete fatto quest’anno?</h4>



<p>Prima della pandemia facevamo eventi di 12 e 24 ore, siamo arrivati anche a due giorni. Chiamiamo artisti differenti che eccellono nel loro ambito per fare set di musica ambient. Di solito ciascuno fa un’oretta, io sono arrivato a farne due, quattro. Succedono tante cose. Nell’ultimo che abbiamo fatto a Los Angeles, uno chef che preparava cena e colazione, c’erano persone che venivano giorno e notte e si fermavano a dormire: c’erano 300 persone a dormire in questo tempio! E poi c’è la musica che va avanti tutta la notte, è<br>davvero folle! Abbiamo centri meditazione, massaggi, cerimonie del tè. È un’esperienza dolce e psichedelica. L’anno scorso ne abbiamo fatta qualcuna minuscola per piccoli gruppi di amici. Probabilmente la più bella<br>del 2020 è stata quella in cui siamo riusciti ad andare al Roden Crater: l’opera monumentale vulcanica di James Turrell nel deserto dell’Arizona. Ho fatto una performance veramente stupenda sul fondo del cratere. È stato davvero magico!</p>



<h3>Wow! Che meraviglia! Avete fatto qualche registrazione?</h3>



<p>Sì, ma penso che non renda veramente l’esperienza, sono eventi che necessitano di essere vissuti in prima persona. Ma una cosa che faremo sicuramente sarà di rilasciare qualche pubblicazione di musica ambient,<br>mia e di altri musicisti.</p>



<h4>Sono molto curioso perché sono un grande fan dell’ambient music. A proposito di ambiente, tre cose che non possono mancare nel tuo ambiente domestico?</h4>



<p>Intendi eccetto Geneviève, i miei gatti e il cane? (Ride, NdA). Adoro il mio studio di registrazione. Il modo in cui l’ho pensato per il fluire del mio lavoro: riesco ad essere davvero creativo e produttivo. Amo i due alberi<br>di sicomoro che abbiamo e l’enorme quercia. Sotto la quercia abbiamo messo una vasca così che si possa fare il bagno, ovviamente non tutti i giorni, ma capita. E poi il selvaggio! Alle volte sono seduto là fuori a<br>suonare e appare un cervo e mi osserva. È davvero strano, ho notato che se te ne stai tranquillo si spaventano e se ne vanno, ma se continui a cantare, fare umore e comportarti come se nulla fosse restano a guardarti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized is-style-default"><img data-attachment-id="14090" data-permalink="https://toh-magazine.com/2021/01/rhye-intervista-mike-milosh-toh-magazine-music/mike_rhye-30_byemma-marie-jenkinson-1609346534/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534.jpg" data-orig-size="1000,876" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534" data-image-description="" data-medium-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-300x263.jpg" data-large-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534.jpg" loading="lazy" src="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534.jpg" alt="RHYE MIKE MILOSH INTERVISTA" class="wp-image-14090" width="1000" height="876" srcset="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534.jpg 1000w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-300x263.jpg 300w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-768x673.jpg 768w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-900x788.jpg 900w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-450x394.jpg 450w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2021/01/mike_rhye-30_byEmma-Marie-Jenkinson-1609346534-350x307.jpg 350w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<h4>E una cosa che ti manca della vita prima di questa pandemia?</h4>



<p>Mi manca la musica dal vivo.</p>



<h4>Stavo giusto per aggiungere, a parte la musica dal vivo? Sei ancora amante del cinema?</h4>



<p>Sì, sicuramente. Mi manca andare al cinema. Probabilmente la mia cosa preferita da fare non inerente alla musica. I film sono meravigliosi, ma al cinema, non è la stessa cosa guardarli al proprio laptop. Meglio di<br>niente eh, ma mi manca stare in una sala con il grande schermo e il mondo intero che si dissolve dentro il film.</p>



<h4>Ah, come ti capiamo! Speriamo di tornare presto in sala, ma soprattutto spesso alla musica dal vivo. Speriamo di vederti presto in Italia. Grazie per questa chiacchierata, a presto!</h4>



<p><span class="has-inline-color has-white-color">Rhye intervista Mike Milosh Rhye intervista Mike Milosh Rhye intervista Mike Milosh Rhye intervista Mike Milosh Rhye intervista Mike Milosh </span></p>



<p></p>
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		<title>Gli album di Natale, che forse non conosci, da ascoltare per le feste</title>
		<link>https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=natale-streaming-album-toh</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cresci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Dec 2020 10:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[streaming]]></category>
		<category><![CDATA[Toh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che siano classici o novità gli album Natalizi sono un'ottima compagnia per sopravvivere alle feste. Questi sono i nostri preferiti, in ordine casuale:</p>
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<h3>Che siano classici o novità, gli album Natalizi sono un&#8217;ottima compagnia per sopravvivere alle feste. Questi sono i nostri preferiti, in ordine casuale:</h3>



<p><strong><a href="spotify:album:5JWR4pqfxra6JEeUqNMPO7">Dolly Parton &amp; Kenny Rogers &#8220;Once Upon a Christmas&#8221; (Sony)</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="13538" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/81nm9sordol-_sl1500_/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/81Nm9sordOL._SL1500_.jpg" data-orig-size="1500,1500" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="dolly parton and kenny rogers" data-image-description="&lt;p&gt;dolly parton and kenny rogers&lt;/p&gt;
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<p>Si lo sappiamo, <a href="https://toh-magazine.com/musica">quest&#8217;anno è uscito</a> un nuovo album natalizio di nostra madrina Dolly Parton ma forse non sapete che nel 1984 uscì questo, il suo primo, in partner con Kenny Rodgers. L&#8217;album è ricco di classici riletti in spirito country e fu la colonna sonora di uno speciale televisivo diventato leggendario. </p>



<h5><strong><a href="https://open.spotify.com/album/6ZCbYO3B5eslkY3zHdss4A?si=sukByHT8SxagCCexRDKPzA">Sufjan Stevens &#8220;Songs for Christmas&#8221; (Ashtmatic Kitten)</a></strong></h5>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="13539" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/81rsgrfl1tl-_ac_sl1400_/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/81rSGRFl1tL._AC_SL1400_.jpg" data-orig-size="1400,1400" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="sufjan stevens" data-image-description="&lt;p&gt;sufjan stevens&lt;/p&gt;
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<p>Se conoscevate Sufjan Stevens prima della colonna sonora si Call Me By Your Name bene, allora conoscete i suoi progetti ambiziosi come quello di registrare un album per ogni stato americano. Dopo Michigan e Illinois però, due abum bellissimi, ha accantonato il progetto. Ecco questo cofanetto di Natale al sapor di ukulele uscito nel 2006 è altrettanto ambizioso, perché è formato da cinque album, in cui troverete praticamente ogni canzone natalizia esistente più una manciata di inediti. </p>



<h5><strong><a href="spotify:album:5xorNrHyWZHw0NFZhys2bf">Jamie Cullom &#8220;The Pianoman at Christmas&#8221; (Island Records)</a></strong></h5>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="13540" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/the-pianoman-at-christmas-jamie-cullum-cover-ts1605838198/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/the-pianoman-at-christmas-jamie-cullum-cover-ts1605838198.jpeg" data-orig-size="1200,1200" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="jamie cullom" data-image-description="&lt;p&gt;jamie cullom&lt;/p&gt;
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<p>Non sono particolarmente fan del Jazz commerciale ma questo album natalizio di Jamie Cullom è stata la sorpresa di questo 2020, difatti è l&#8217;unico attuale della lista. Cullom aveva già fatto capolino nel disco di Natale di Robbie Williams lo scorso anno, ma con questo album si è superato perché ha composto 10 tracce inedite che sanno di Natale, insomma ha scritto pezzi nuovi che suonano classici e credetemi non è un&#8217;impresa facile anche perché gli album di Natale portano spesso verso il suicidio artistico. </p>



<h5><strong><a href="spotify:album:2UhPCUgK2IGUrg7lIvMYfb">Ella Fitzgerald &#8220;Ella Wishing You a Swingin Christmas&#8221; (UMG recordings)</a></strong></h5>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-attachment-id="13599" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/ella/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella.jpg" data-orig-size="901,909" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="ella" data-image-description="" data-medium-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-297x300.jpg" data-large-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella.jpg" loading="lazy" width="901" height="909" src="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella.jpg" alt="" class="wp-image-13599" srcset="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella.jpg 901w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-297x300.jpg 297w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-150x150.jpg 150w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-768x775.jpg 768w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-450x454.jpg 450w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-350x353.jpg 350w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/ella-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 901px) 100vw, 901px" /></figure>



<p>Sarebbe difficile immaginare un desiderio più felice da questa leggenda del jazz che in questa raccolta canta i classici del Natale in chiave Urban. La First Lady della musica ha registrato questi brani nel 1960, all&#8217;apice delle sue capacità interpretative.&nbsp;Il suo singolare timbro vocale sa rivitalizzare anche il più classico dei classici tra cui spiccano le versioni di  What Are You Doing New Year&#8217;s Eve, The Christmas Song e Santa Claus is Coming to Town.</p>



<p><strong><a href="spotify:album:2kzkwgOFAtRsDsas5Hi0Qu">A.V. &#8220;A Christmas Gift For You from Phil Spector&#8221; (EMI)</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-attachment-id="13551" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/phil_spector_christmas_gift_for_you/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/phil_spector_christmas_gift_for_you.jpg" data-orig-size="1386,1333" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="phil_spector_christmas_gift_for_you" data-image-description="&lt;p&gt;phil spector&lt;/p&gt;
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<p>Quando fondò la Philles Records con il dirigente discografico Lester Sill nel 1961, Phil Spector era inarrestabile.&nbsp;Nel 1963 era al suo apice, avendo composto il suo classico definitivo, &#8220;Be My Baby&#8221; delle Ronettes.&nbsp;&#8220;A Christmas Gift For You&#8221;, registrato dall&#8217;intero roster di Philles in una serie di lunghe sessioni nell&#8217;arco di tre mesi, ha messo in mostra l&#8217;inarrivabilità del produttore discografico. Da Winter Wondrland a Frosty the Snowman questo album è un vero classico, impossibile immaginare le feste senza.</p>



<p><strong><a href="spotify:album:0iwLArcHR0YOpipGwm7CLW">Bright Eyes &#8220;A Christmas Album&#8221; (Saddle Creek)</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-attachment-id="13552" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/465446-large-bright-eyes-a-christmas-album/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/465446-large-bright-eyes-a-christmas-album.jpg" data-orig-size="1000,1000" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="465446-large-bright-eyes-a-christmas-album" data-image-description="&lt;p&gt;bright eyes&lt;/p&gt;
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<p>Oltre alla malinconia che un album di standard festivi ispira inevitabilmente, in questa collezione c&#8217;è anche un&#8217;ulteriore nostalgia, quella che deriva dall&#8217;ascoltare un Conor Oberst di 23 anni recitare le parole di canzoni che tutti sappiamo a memoria e possiamo cantare insieme alla sua inconfondibile voce rotta.&nbsp;Questa raccolta di 11 brani uscita nel 2002, offre un mix accattivante di sorprese, cliché e sentimento nel rispetto dei classici contenuti all&#8217;interno.&nbsp;E poi c&#8217;è una Little Drummer Boy meravigliosamente distorta.</p>



<p><strong><a href="spotify:album:7DuJYWu66RPdcekF5TuZ7w">Vince Guaraldi Trio &#8220;A Charlie Brown Christmas&#8221; (Concord Music)</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-attachment-id="13554" data-permalink="https://toh-magazine.com/2020/12/natale-streaming-album-toh/71vaend0fal-_ac_sl1200_/" data-orig-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_.jpg" data-orig-size="1200,1200" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="a charli brown christmas" data-image-description="" data-medium-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-300x300.jpg" data-large-file="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-1024x1024.jpg" loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-13554" srcset="https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-1024x1024.jpg 1024w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-300x300.jpg 300w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-150x150.jpg 150w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-768x768.jpg 768w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-1000x1000.jpg 1000w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-900x900.jpg 900w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-450x450.jpg 450w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-350x350.jpg 350w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_-50x50.jpg 50w, https://toh-magazine.com/wp-content/uploads/2020/12/71vaEND0faL._AC_SL1200_.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La leggenda è questa: nel 1963, il produttore Lee Mendelson realizzò un documentario sul fumettista dei Peanuts Charles M. Schulz, per il quale aveva bisogno della musica.&nbsp;Una notte, Mendelson stava guidando sul Golden Gate Bridge, sintonizzato su una stazione jazz di San Francisco scoprì il pianista Vince Guaraldi e fu colpito da come suonava contemporaneamente sia adulto che bambino.&nbsp;Mendelson lo contattò immediatamente e questo album è il frutto di quella chiacchierata. C&#8217;è un calore nel suo stile rilassato che ci ricorda i dolci natalizi e i fuochi scoppiettanti dei camini oltre ad essere un&#8217;ottimo primo approccio al jazz proprio per i lato ludico con cui rivisita gli standard del Natale.</p>
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