Nel panorama della nuova musica italiana, se nuova si può chiamare, c’è chi sceglie la forma-canzone come diario intimo e chi invece abbraccia l’estetica del pop contemporaneo. SCAR è uno di questi.
Classe 1994, nato in Puglia e come millesima altri pugliesi si è trasferito a Milano dove ha iniziato a fare l’Artista con le sue sonorità che guardano alla semplicità dei ricordi e all’essenzialità delle emozioni quotidiane. Nei suoi brani più recenti, tra cui Ancora (Maciste Dischi), SCAR tratta temi come la trasformazione personale, il fare pace con sé stessi e la scelta consapevole di percorsi fuori traiettoria, con una scrittura emotiva che racconta la possibilità di perdersi e ricominciare senza smettere di essere fedeli a ciò che si è.
In questa intervista, SCAR, o meglio Massimo Scarabaggio, ci parla del tempo che passa, della scrittura come necessità di vita più che come mestiere e del suo pubblico che lui dice non essere una fan base ma con cui ha una vera relazione e ovviamente di Milano, il suo inferno utile.

Partiamo dal tuo nome: SCAR. Cosa rappresenta per te e quanto racconta il tuo modo di scrivere canzoni?
In realtà non è altro che l’abbreviazione del mio cognome, Scarabaggio. Io lavoro anche con i videoclip musicali e quando ho iniziato, ormai una decina d’anni fa, mi facevo chiamare Massimo Scar. Da lì il nome d’arte è rimasto. Molti ragazzini pensano derivi dal fucile che si chiama SCAR, ma non c’entra nulla: non è un’arma, è solo la radice del mio cognome.

Nelle tue canzoni c’è spesso una nostalgia molto concreta, quotidiana. Da dove nasce questa esigenza di raccontare il tempo che passa e le cose che cambiano?
Sono una contraddizione: ho iniziato il mio percorso musicale relativamente tardi, ma ho superato i trent’anni. Non posso non guardare quello che faccio con un certo distacco. Intorno a me ci sono persone molto più giovani e io cerco semplicemente di raccontare quello che succede a tutti, dal mio punto di vista. Alla fine viviamo più o meno le stesse cose, in momenti diversi. Scrivo partendo dalla mia vita, da qualcosa di personale, con l’idea che possa essere un supporto per chi ascolta. Le canzoni sono mie finché le ho dentro: quando escono, diventano degli altri.
Le tue sonorità si muovono tra cantautorato classico e una sensibilità pop più contemporanea. Quali mondi musicali senti vicini al tuo percorso?
Sicuramente il cantautorato italiano degli anni Sessanta: Gino Paoli, Lucio Dalla, Battisti. Per quanto riguarda il presente, sono stato molto segnato dall’indie tra il 2016 e il 2019. In particolare da un gruppo che per me è stato fondamentale: una loro canzone l’ho dedicata a mia nonna quando è morta ed è stata la prima che ho provato a suonare al piano, anche se non so suonare davvero nessuno strumento. La cosa curiosa è che poi il mio percorso è culminato proprio nell’etichetta che aveva lanciato loro. Quando si sono interessati al mio progetto ho pensato: sì, è giusto così. Era come chiudere un cerchio enorme. In generale, io sto esattamente in mezzo tra indie e cantautorat

Sei pugliese ma vivi a Milano da cinque anni. Che rapporto hai con la città e quanto ha influenzato il tuo modo di fare musica?
Probabilmente non avrei mai fatto musica se non mi fossi trasferito qui. Milano ha distrutto completamente la vita che avevo prima. Il primo anno è stato terribile: una convivenza finita male, sono tornato in Puglia, ho smesso di fare arte, ho preso un’abilitazione per lavorare in ferrovia. Finita quella, sono tornato a Milano a fare arte. E avanti così, per anni.
Milano è un inferno, ma è un patto col diavolo: ti dà tantissime possibilità, a patto che tu sia disposto a viverci dentro. Oggi posso letteralmente guidare una persona dentro questo inferno, come dico anche in una canzone. È devastante, ma mi ha dato tutto.

I tuoi brani parlano spesso di amicizia, smarrimento, crescita. Scrivi partendo da esperienze precise o lasci spazio all’immaginazione?
Scrivo solo dal mio vissuto. Non invento nulla. Se devo inventare, diventa un lavoro e perde il senso. Mi chiedo spesso se quello che faccio è utile: per me lo è, e già basterebbe. Ma quando le persone mi scrivono dicendomi che una canzone le ha aiutate, capisco che è utile anche per altri. Sto semplicemente facendo quello che facevano gli artisti che ascoltavo da piccolo. E sì, questa roba che sto facendo è utile.

Che tipo di relazione hai con chi ti ascolta?
Per quanto possa sembrare ridicolo, mi piace l’idea di una confidenza. Mi sento quasi come un fratello maggiore. Ai concerti vedo persone di sessant’anni, miei coetanei, ma anche ragazzi di quindici. Una volta un ragazzino mi ha detto che si ispira a me per fare musica: è una cosa enorme. C’è chi mi scrive chiedendomi consigli di vita, come fossi uno psicologo. Io rispondo sempre, finché posso, anche dicendo: guarda che sto peggio di te. Ma cerco comunque di essere gentile.

La tua voce è ruvida, fragile, molto riconoscibile. È una scelta o qualcosa che hai imparato ad accettare?
Mia madre e uno dei miei migliori amici mi dicevano che non avevo una voce riconoscibile e che non sapevo cantare. Quindi no, non è una scelta. È tutto spontaneo. Spesso non ho nemmeno un testo quando scrivo: creo linee melodiche con la voce e poi ci incastro le parole. Alla fine è l’emozione che tiene insieme tutto.
Se qualcuno ti ascoltasse per la prima volta, che tipo di viaggio vorresti fargli fare?
Mi viene in mente l’immagine di un genitore che viaggia col figlio. Mi hanno detto che la mia musica ha aiutato ragazzi a parlare con i propri genitori. Vengo dal Sud e certe cose emotive lì non si affrontano. Se la musica riesce a creare quel ponte, per me è inestimabile.

Sembra quasi che tu voglia costruire un personaggio anche attraverso il look. È così?
In realtà no. Ho iniziato a tagliarmi le sopracciglia un pezzetto alla volta, poi sono arrivato a questa faccia. I capelli biondi invece li ho sempre voluti, fin da piccolo. Finché la genetica regge, vado avanti così.
Dai singoli più recenti senti di aver trovato una direzione?
Sì, so esattamente dove voglio andare. Sto lavorando al disco in modo molto preciso. All’inizio avevo dei dubbi, ora no. Suonando e vedendo le reazioni del pubblico ho capito che quello che sto facendo ha un senso.

Milano è stata più uno stimolo o una complicazione?
Uno stimolo, pieno di difficoltà. Mi ha dato materiale da scrivere, da crescere, e anche da mangiare: sono riuscito a vivere d’arte. Vivi in mezzo ai demoni, ma puoi realizzare quello che vuoi. Devi solo imparare a giocare.
Quanto conta oggi l’urgenza personale rispetto alle logiche di mercato?
Ho scartato almeno venti canzoni perché sentivo che stavano piegandosi a delle logiche che non mi appartenevano. Ogni canzone del disco ha un messaggio. Non mi interessa scrivere canzoni che funzionano, ma canzoni che servono. Almeno una frase deve lasciarti qualcosa.

C’è qualcosa che non hai ancora avuto il coraggio di dire in una canzone?
Sì, l’ho detto in una canzone che però è stata scartata. Esiste solo nel mio computer. Ma averla cantata mi è bastato. Magari un giorno uscirà.
L’ultimo disco di cui ti sei innamorato.
L’artista è Sen Senra. Il disco è PO2054AZ Vol. 3, uscito a giugno 2025.
Foto Alex Vaccani

