N° 33



Table of Contents

04 — moda. by simon
14 — art. erik hanson
23 — moda. by mauro biasiotto
29 — art. robert calafiore
32 — musica. lauv
35 — portrait. julian by courtney laddimore
41 — music. madame x track by track
43 — art. martin bedolla
51 — moda. by elvis di fazio
57 — portrait. ayoub by justino esteves
63 — portfolio. louis fratino
73 — moda. n°21 by simon
80 — grooming. some fragrances
80 — portfolio. some collages by karlo martinez
88 — moda. by torian lewin
98 — speciale 33 festival mix milano














Ciao Erik, ci racconti quali sono le tue origini?
Sono cresciuto nel Minnesota, in una famiglia della classe operaia. I miei insegnanti a scuola avevano notato che avevo talento nell’arte e m’incoraggiavano molto. La mia insegnante di terza elementare era di New York, e un giorno mi portò una cartolina che rappresentava dei beatnik che dipingevano a Washington Square Park. Quel giorno sono tornato a casa e ho detto ai miei che una volta maggiorenne mi sarei trasferito a New York per diventare un artista. Mio padre rispose che era l’idea più stupida che avesse mai sentito.

Mi parli di questi due anni con Bluto?
Un giorno un amico mi ha mandato l’immagine di un giocattolo di Bluto e ho deciso di dipingerlo: farlo mi ha dato delle sensazioni che non avevo mai più provato sin da quando ero bambino! Mi sono preso una cotta per Bluto e sono tornato a guardare i cartoni animati di Braccio di Ferro, rendendomi conto che in fondo non è il cattivo che molta gente pensa che sia.
Il rapporto tra lui e Popeye è molto complesso in realtà. Popeye non fa che vantarsi dei suoi muscoli, infastidendo Bluto che si allena duramente in palestra per avere quel fisico: gli costa molta fatica, i muscoli non appaiono magicamente grazie a una lattina di spinaci. Così s’infila il suo piccolo costume e va a Muscle Beach con un sorriso a trentadue denti per mettersi in mostra. E anche lì, arriverà sempre Popeye a prenderlo in giro perchè trova il suo costume ridicolo… Ma le liti di solito finiscono molto velocemente, probabilmente è solo il loro modo di stare insieme e mostrare l’affetto che nutrono l’uno per l’altro. affetto l’uno per l’altro.
Analizzando i due, ti rendo conto che Bluto è un gran lavoratore ed è orgoglioso di ciò che fa: credo che il mondo sarebbe un posto migliore se ci fossero più Bluto e meno Popeye.

Adoro che tu abbia mostrato una nuova immagine di lui, e poi trovo divertente che tu gli abbia messo in mostra anche le parti del corpo che sono sempre state tenute nascoste… Che tipo di uomo pensi che sia?
In pratica tutti quelli con cui sono uscito assomigliano in qualche modo a Bluto. Per sei anni ho frequentato un ragazzo che gli assomigliava molto ed era bottom: non ho potuto fare a meno di includerlo nella mostra, ho creato delle immagini di Bluto con il sedere al vento che me lo hanno ricordato molto.

C’è sotto qualche messaggio in quest’ossessione?
Il progetto “2 Years of Bluto” significa veramente molto per me: in due anni ho realizzato 230 tele. Mi ha insegnato a dipingere – non ho mai avuto una formazione classica – e a perdonare. L’argomento m’intrigava perchè Bluto mi ricordava il mio defunto padre, sempre aggressivo e di cattivo umore. Passare due anni a dipingere Bluto è stato un modo per meditare sulla duplice natura di mio padre, quella buona e quella cattiva. Ho imparato a perdonare, e questo mi ha tolto un grosso fardello. E mi ha permesso di avere fiducia nella mia capacità di assumermi rischi come pittore e continuare a spingermi oltre, una qualità che ho appreso proprio da mio padre.

Qual è la cosa che ami di più nell’essere un artista?
Quando ero bambino, le lezioni di arte a scuola erano le uniche in cui non mi sentivo stupido, anzi, riuscivo molto bene e mi sentivo davvero me stesso. È quella sensazione che mi fa sentire un artista, non ho mai smesso di portatla con me.

A cosa stai lavorando?
Parte dello show di Bluto andrà a Los Angeles per essere inclusa nell’asta di beneficenza per il Project Angel Food, e un’altra parte sarà visitabile alla Postmasters Gallery di New York in occasione della mostra dedicata ai 50 anni di Stonewall.

@supremehanson












Robert Calafiore: hai origini Italiane?
Sì, entrambi i miei genitori sono originari di un paesino in provincia di Siracusa, in Sicilia. Arrivarono negli Stati Uniti negli anni Quaranta e hanno avuto quattro figli. Io sono nato e cresciuto a New Britain, nel Connecticut. I miei hanno avuto un ruolo molto importante nella mia formazione, nel modo in cui mi relaziono a me stesso e al mondo: hanno influenzato i miei interessi, il mio stile ed il mio processo creativo.

Com’è nato il tuo interesse per la stenoscopia?
Ho cominciato a lavorare con il principio della camera oscura nel 2008, prendendo spunto da un’attenta osservazione del comportamento dei miei studenti. Ho notato che man mano che la tecnologia e gli smartphone prendevano il sopravvento, anche il loro modo di approcciarsi al mezzo fotografico e alla realtà mutava. È molto più di quanto appaia, si potrebbe dire che avvenga una sorta di cambio di dimensione, dalla realtà tridimensionale a quella piatta e bidimensionale dello schermo.
Cambia il modo in cui vengono utilizzate le mani e il corpo, mutando completamente la relazione con gli oggetti reali e la comprensione del mondo fisico. I miei studenti sono costantemente aggiornati su tutto ciò che avviene nel mondo 24h, ma allo stesso tempo sono poco presenti nello spazio fisico.
Questa cosa mi intriga molto, quindi ho deciso di approfondirla e trovare un approccio nuovo al mio lavoro. Volevo creare delle immagini dall’appeal contemporaneo, quasi digitale, ma utilizzando tecniche analogiche e materiali fotografici tradizionali. Volevo ricreare una condizione di lavoro estremamente attivo, dove la mano dell’artista ha un ruolo preponderante. Considera che il tempo di esposizione per queste immagini va dai 25 ai 75 minuti, senza considerare i giorni, se non settimane, necessari a preparare il set e a fare delle prove. Uno shooting dura dalle quindici alle diciotto ore, durante le quali riesci a produrre, se tutto va bene, tre o quattro immagini. Diversi giorni a scattare finchè non trovi l’immagine che stai cercando, dopo infinite prove per trovare la composizione, il colore, la saturazione ideale . A quel punto tutte le varie prove vengono fisicamente distrutte, lasciando sopravvivere solo la stampa finale.

Chi sono i modelli rappresentati nelle tue immagini?
Alcuni sono amici, altri sono persone che ho incontrato per la prima volta sul set. La mia relazione con i modelli è molto importante perchè influenzano lo scatto che andrò a comporre: a rimanere impressa sulla carta è la mia relazione con loro, la trasformazione di un momento ordinario in qualcosa di magico e straordinario.

Quali emozioni vuoi suscitare con le tue immagini?
Questo tipo di lavoro è leggibile su più dimensioni. Un aspetto molto importante è la rappresentazione del corpo maschile, sia in relazione alla tradizione del nudo maschile classico, che sotto una luce di interpretazione contemporanea del concetto di mascolinità. I modelli di solito sono ragazzi attraenti dalla proporzioni ideali, ma posano sempre in maniera inaspettata: il posare li rende vulnerabili, li mercifica rendendoli oggetto del desiderio e sovverte il loro rapporto con l’ambiente che li circonda, diventando anch’essi degli oggetti di scena. Il che, storicamente, è quello che è sempre avvenuto con la rappresentazione del corpo femminile.

Quali sono le tue fonti di ispirazione principali?
Devo tanto alla storia dell’arte italiana, e naturalmente all’arte classica dei Greci e dei Romani. È affascinante testimoniare come sia cambiata la rappresentazione – e l’interazione – maschile nei secoli: la definizione di mascolinità si è assottigliata sempre di più, e questa mia serie vuole mettere alla luce questi percorsi e queste interpretazioni.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando su una nuova serie che si concentra sempre sulla rappresentazione del corpo maschile, ma in maniera più complessa e radicale. Non sono ancora certo della forma che prenderanno le immagini, dedicherò l’estate allo studio e all’approfondimento del progetto.
Negli anni passati mi sono concentrato molto sulle mostre relative alle mie serie fotografiche sui vetri (gli still-life della serie ‘Oggetti di vetro’, 2009 – 2018) che si soffermavano molto sul mio esser figlio di immigrati italiani. Ma oggi, con i recenti mutamenti del clima politico, sento che è necessario portare avanti i lavori sulla figura maschile perchè è importante farsi delle domande sulla direzione conservativa e nazionalistica che le cose stanno prendendo. Culturalmente e politicamente, noi artisti abbiamo il dovere di prendere una posizione, e portare il nostro pubblico a farsi delle domande e ad affrontare argomenti difficili.

@robertcalafiore
@clampartnyc

Tutte le immagini, dalla serie ‘Untitled (Figure)’, 2008/11; c-print (edizione unica); 76,2 x 101,6 cm.
Per gentile concessione di ClampArt Gallery, New York; copyright, l’artista.


Ho scoperto Lauv grazie al pop infettivo di I’m so Tired scritto a quattro mani con Troye Sivan ma andando a ritroso ho scoperto un personaggio che sa il fatto suo e che sicuramente diventerà una star del pop contemporaneo. Lauv ha origini lettoni (Lauv in lettone significa Leone), russe e polacche ma è nato a San Francisco l’8 agosto del 1994, il suo vero nome è Ari Staprans Leff. Anima inquieta da San Francisco si trasferisce nella Big Apple dove si laurea alla New York University specializzandosi in tecnologia musicale. Il suo primo EP Lost In The Light è stato pubblicato nel 2015 e grazie ad esso è stato subito inserito tra gli emergenti da tenere sott’occhio. Con il suo album album di debutto I Meet You when I Was 18 (The Playlist) ha fatto breccia nel cuore dei giovani americani ritagliandosi anche una grossa fetta di fan asiatici a seguito di un tour di supporto a Ed Sheran. Poi arriva il duetto con Troye Sivan e le porte si aprono a tutto il mondo, ora in attesa del suo secondo album ~how i’m feeling~ trainato dal singolo Drugs and The Internet. Lo abbiamo intervistato in esclusiva.

Presentati al pubblico italiano.
Sono Lauv. Sono un cantante / autore / produttore e vincitore di una medaglia d’oro olimpica auto-proclamata.

Prima di diventare Lauv che rapporto avevi con la musica?
Prima di pubblicare The Other nel 2015, pensavo che sarei stato principalmente un autore / produttore di canzoni per altri artisti invece di essere io stesso un artista.  Così ho pubblicato la canzone senza aspettative e la risposta è stata ben al di là di tutto ciò che avevo immaginato, tanto da portarmi sino a qui.

Chi era il tuo idolo da adolescente?
Chris Martin è una grande fonte d’ispirazione per me, sono stato un grande fan dei Coldplay per molto tempo.  Scrive le migliori canzoni tristi di sempre. Ho amato molto anche John Mayer.

‘I’m So Tired…’ è una canzone che parla di un break up, è vero che ti piaceva relazionarti con questo argomento da quando eri un bambino?
Quando ho iniziato a scrivere canzoni avevo 13 anni e, anche se non avevo mai avuto una relazione seria, sono sempre stato un romantico senza speranza ahahah!  Adoravo sognare su ciò che pensavo fosse l’amore o il crepacuore.  Le canzoni erano piuttosto brutte, ma immagino fosse solo una delle cose da cui ero ossessionato in quel momento.  Quando inizi a scrivere canzoni, è probabilmente la prima cosa su cui pensi di scrivere comunque.  Era semplicemente il mio vibe di allora.

Come pensi che la tua musica cambierà dal tuo album di debutto ‘I Met You When I was 18’ a ‘~how i’m feeling~?
Il mio primo album era tutto basato su una relazione ed i suoi alti e bassi .  Ovviamente, le canzoni più belle del mondo sono canzoni d’amore, ma in ‘~how i’m feeling~’ sono io ad esplorare l’immagine più ampia di molti altri aspetti della vita – insicurezze, Internet, i miei genitori, i miei amici  , il mio cane … tipo tutto.

Ho letto sul tuo canale YouTube che tutti i proventi del nuovo singolo ‘Sad Forever’ saranno donati a organizzazioni per la salute mentale, cosa significa questa canzone per te?
Ho scritto ‘Sad Forever’ in un momento in cui ero estremamente down.  Avevo a che fare con la depressione e il disturbo ossessivo compulsivo, ma non avevo davvero riconosciuto o ottenuto l’aiuto di cui avevo bisogno.  Mentre all’inizio ero esitante, chiedere aiuto era un primo passo importante da fare.  La malattia mentale è qualcosa che spesso non è evidente al mondo esterno.  È un viaggio continuo con alti e bassi e trovare stabilità è un processo su cui sto ancora lavorando intensamente.  Questa canzone è stata scritta in un luogo oscuro, ma donando tutti i proventi a organizzazioni per la salute mentale posso solo sperare che aiuti gli altri a fare il primo passo per chiedere aiuto.

Dove hai incontrato Troye Sivan e come è nata ‘I’m So Tired’?
Troye e io ci siamo incontrati un paio di volte, prima in una sala prove.  E poi ci siamo incontrati di nuovo quando abbiamo suonato ad uno show insieme.  Abbiamo deciso di entrare in studio e, all’inizio abbiamo scritto un’altra canzone, ma è stato piuttosto brutto.  Non ricordo nemmeno come si chiamava o di cosa si trattasse, ma è lì che iniziammo.  Avevo scritto il coro di ‘I’m So Tired’ alcuni giorni prima ed ero molto nervoso, ma alla fine della sessione, ero come se mi permettesse di vedere se a Troye piacesse questa idea.  L’ho suonato per lui ed è andato fuori di testa.  Ero super entusiasta.  Abbiamo scritto il resto della canzone e io ero tipo ‘yo, vuoi farlo con me?’ E lui era tipo ‘hell yeah’. Ora Troye è diventato un buon amico, quindi sono davvero grato per l’opportunità.

Ho letto che al tuo concerto hai questa scatola chiamata ‘My Blue Thoughts’ in cui il tuo pubblico può lasciare dentro quello che sta pensando su un pezzo di carta. Puoi dirmi qualcosa a riguardo? Li stai leggendo?
Li leggo. Tutto è iniziato perché cercavo un modo per interagire di. Il mio audience facendoli confidare in qualche modo con me. Volevo creare quell’opportunità per chi, chiunque si trovasse a uno show di Lauv potesse dire qualcosa di anonimo senza essere giudicato.  Ho pensato che sarebbe stato davvero bello unire le persone e scattare foto degli appunti ogni notte.  Aiuta a vedere che molte persone in tutto il mondo provano le stesse cose.  L’esperienza umana è molto universale in molti modi, e anche se può sembrare che siamo soli nelle cose che sentiamo, ci sono milioni di altre persone che stanno attraversando la stessa cosa.  Quindi è davvero importante per me.

Qual’è l’ultimo disco di cui ti sei innamorato?
‘Arizona Baby’ di Kevin Abstract. Penso solo che sia un genio creativo a tutti gli effetti e la sua musica, insieme a quella di Brockhampton, si è evoluta in ogni fase del processo. Sembra incredibilmente onesto e lo rispetto.












Madame X e’ un lavoro molto particolare, così come accade con Madonna stessa, lo si ama o odia con forza: non ci sono mezze misure. Leggendo molti post dei fan sui social media,  mi sono reso conto che tutti hanno il proprio album di Madonna preferito e tendono a usarlo come termine di paragoine assoluto: se il nuovo materiale non rientra perfettamente in quello standard, allora cominciano a dire che non è più in grado di scrivere canzoni, che produce spazzatura, che è vecchia e dovrebbe ritirarsi (del resto quest’ultimo commento viene buttato li comunque, non si sa’ mai).

Con mia grande sorpresa, l’album che la maggior parte delle volte viene preso a modello non è ne quell’estratto di puro succo pop che fu True Blue ne Like A Prayer, definito da Rolling Stone «quanto più vicino all’arte il pop possa arrivare». E non è nemmeno il disco acclamato dai critici, Ray Of Light. L’album che molti di questi fan, sempre molto attivi su Facebook e Twitter e che onestamente giudico privi del senso d’ironia, prendono come paragone è Confessions on a Dance Floor, che per carità è una bella collezione di canzoni e un magnifico concept album, ma non può essere considerato come l’essenza totale di Madonna come artista. Se mugugni perché non ti piace Medellin, non dovrebbe essere perché non è un’altra Hung Up ma perché non è una Like a Prayer o una Vogue!

A me Madame X piace molto; è un vero viaggio che ti porta su terreni sia familiari che sconosciuti. Madame X è sia il vecchio che il nuovo. Madame X è sia il riconoscibile che lo sconosciuto. Madame X è un album prodotto molto bene, in cui ogni minimo suono è inserito maniacalmente lì dentro per un motivo, sotto la rigida supervisione della stessa Madonna, cosa che rende pretenziosi e arroganti tutti quei cosidetti fan e critici che lo giudicano solo un gran casino senza una volontà o una direzione precisa. Quando invece ha un’identità precisa e solida, cosa che un album di Madonna non aveva da tempo.

All’album dò 5 su 5, e nella recensione track by track che segue, analizzerò gli elementi che contraddistinguono ogni canzone e che rendono Madame X uno dei migliori album della carriera di Madonna.

Mario John
Long time Madonna fan and collector,
webmaster at www.madonnatribe.com

01. Medellín

Prima canzone del disco e primo singolo. La canzone che ha introdotto al mondo al progetto Madame X. Quando è stato rilasciato ad Aprile, dire che i fan erano un pò scettici è un eufemismo. Al contrario dei critici musicali, quasi tutti positivamente intrigati dal singolo, molti fan l’hanno odiata subito e non gliel’hanno mandata a dire. Sembrava fossero stati traditi da Madonna a livello personale e, non avendo ricevuto ciò che si aspettavano da lei i social media si sono riempiti di commenti negativi. Il problema principale sembra fosse, oltre alla presenza del trapper colombiano Maluma, l’uso del Reggaeton. Molti dei saputelli di Facebook hanno cominciato a scrivere che Medellin è peggio di tutte le canzoni reggaeton commerciali e noiose apparse da sempre sulla faccia della terra. Beh, e’ vero che il ritmo del reggaeton – che si chiama Dem Bow – derivato da un ritmo popolare jamaicano suona praticamente identico in tutte le canzoni reggaeton, ma l’approccio di Mirwais, (produttore della maggior parte del disco), al genere, con la sua produzione sofisticata, la fa davvero emergere rispetto a tante altre canzoni e se hai un po’ di orecchio educato, lo si stente subito, dal primo ascolto. È anche abbastanza divertente rendersi conto che Medellín e’ davvero la Hung Up di questo album per tutta una serie di ragioni. È una melodia orecchiabile, semplice e ballabile che riesci a canticchiare da subito e che, come il primo singolo di Confessions ha il suo mantra che ti si fissa in testa. “One Two Cha Cha Cha” is the new “Time Goes By So Slowly”! Poi è uscito il video e ha praticamente conquistato la meta’ del gregge di pecorelle smarrite. I passaggi in radio hanno fatto il resto e ora alla maggioranza dei fans piace. Questa è la prova che Madonna sa sempre molto bene quello che fa e che c’e’ un motivo se e’ rimasta in cima alla piramide della musica per così tanto tempo.

02. Dark Ballet


Bene, da dove cominciamo? Quella che arriva dopo Medellin è in realtà la vera prima traccia dell’album. Perché ci introduce lentamente allo strano, oscuro ma speranzoso viaggio di Madame X e comincia a rivelare quello che ci aspetta a seguire. Una melodia molto bella e inquietante accompagnata da un piano e poi da un ritmo sincopato in stile Mirwais che viene interrotto a meta’ canzone da un in interlude di pianoforte che ricorda un po’ George Gershwin, a sua volta seguito da una versione elettronica dello Schiaccianoci di Tchaikovsky che ci porta in un mood oscuro ispirato all’Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, come Madonna stessa ha rivelato. Un video, sulla storia di una moderna Joan Of Arc, interpretata da Mykki Blanco artista di colore, gay e sieropositivo che quì rappresenta le minoranze represse, e’ uscito una settimana prima dell’album. Per dare più forza al messaggio, Madonna sottrae se stessa dal video, facendosi vedere solo in un breve cameo e conservando solo il ruolo di cantastorie. Come Clopin in Notre-Dame de Paris canta e racconta i crimini e il dolore generato nel mondo dagli estremismi religiosi. Decidere di fare di questa traccia un video singolo e’ stata una scelta molto coraggiosa ma Madonna dice chiaramente che non vuole seguire le regole dell’industria musicale, credendo che il pubblico non sia completamente conformato e anzi può dare una possibilità a un qualcosa di diverso dai generi mainstream e da quello che funziona. Sia i critici che i fans amano Dark Ballet.

03. God Control


Dopo un intro al pianoforte seguito da una voce acapella con vocoder, entra in scena un intero coro e ancora non e’ chiaro che direzione la canzone prenderà fino a quando non arrivano i violini, direttamente dalla disco music anni 70 ed è subito chiaro che questa e’ la dance hit di questo album. Musicalmente e’ un omaggio agli anni in cui Madame X era una teenager e cominciava a capire che il Michigan non era il posto ideale in cui vivere. Il pezzo fa tornare alla mente anche qualche influenza degli Chic/Nile Rodgers in quei momenti con la chitarrina mentre il testo parla del controllo della armi in America, un tema che a Madonna sta molto a cuore e che non poteva lasciare fuori da questo lavoro. In un intervista alla Reuters ha dichiarato: “Quando pensi alla quantita di persone che sono morte, sono stato uccise, sono state ferite, le cui vite sono cambiate per sempre per colpa della mancanza di controllo sulle armi in America, è un grande, grandissimo problema”. Madonna descrive questa piaga sociale con una canzone in cui (come gia’ fatto in passato in Till Death Do US Part) usa il contrasto tra una melodia divertente, chiara e solare, quasi una filastrocca per bambini in alcuni punti, e un testo oscuro e tetro.nQuesta canzone e’ perfetta per un video musicale e se il rumor di una clip gia’ giarata, pieno delle protagoniste di Drag Race, e’ vero, non vedo l’ora!

04. Future


Quarta traccia che ha anticipato l’album. Non e’ uscita con un vero video musicale, ma Madonna ha presentato la canzone alla finale del Festival dell’Eurovision a Maggio. Il messaggio della canzone e’ che, per vivere in un mondo migliore, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e il modo in cui interagiamo con gli altri. Che siamo tutti uguali e vivere insieme in armonia sarà inevitabile per cui “non tutti quanti andranno nel futuro, non tutti quanti imparano dal passato” e sopratutto “non tutti quelli che sono qui dureranno”. Per rendere il messaggio più forte durante l’Eurofestival a Tel Aviv, Madame X da brava agente segreto ha escogitato un piano. Ha nascosto sulle giacche di due ballerini le bandiere Palestinese e Israeliana e li ha mostrati abbracciati, mentre salivano di spalle una rampa di scala alle fine della performance. Prodotta con Diplo, a Future collabora il rapper Quavo e musicalmente ha delle influenze reggae mischiate con un po’ di hip hop e delle trombe orecchiabili nel ritornello, che ricordano le atmosfere anni ’80 degli UB40 .


05. Batuka


Questa è la traccia piu’ difficile del disco, perché presenta un genere a cui il pubblico medio non e’ spesso esposto. Batuka o Batuque e’ sia un genere musicale che una danza. A quanto pare nata a Capo Verde secoli fa, probabilmente un adattamento locale di una genere musicale ancora più antico del continente Africano. Ad un certo punto i Portoghesi hanno proibito le performance di Batuka perché era un modo per gli schiavi di ribellarsi. Di certo questo non sarà un singolo ma e’ un viaggio interessante verso un paese diverso e un altro secolo. Nelle voci dei cantanti si può’ sentire il dolore, che si allevia solo cantando in gruppo. Batuka presenta la Orquestra de Batukadeiras, un gruppo di sole donne di Capo Verde, un’altra scelta coraggiosa che non tutti digeriranno, ma se proprio non ci riuscite per renderla più appetibile pensatela come a “Madonna incontra Il Re Leone”!

06. Killers Who are Partying


Una delle mie preferite, un inno a tutte le persone nel mondo che sono discriminate. Madonna dice che lei e’ tutte queste persone, lei e’ tutte le minoranze, è gay, è l’Africa, è povera, è una bambina, è l’Islam, è Israele, è un’indigena, è una donna. Un mandolino nostalgico suona per tutta la durata della canzone con influenze prese dal fado, difatti parte del ritornello ha testi in Portoghese. Da notare che le parole del titolo non sono mai menzionate in nessuna parte della canzone.

07. Crave


Il terzo singolo di Madame X e il secondo con un video musicale. Crave è un pezzo hip-hop che incontra l’ RNB, tecnicamente la potremmo chiamare una ballata pop-trap. Nella canzone troviamo il nuovo talento Swae Lee e ci prova che Madonna e’ in grado di fare musica contemporanea Americana esattamente come andrebbe fatta. Il testo parla di una storia d’amore intossicante. Per i miei gusti avrei preferito meno vocoder e al primo ascolto alcune parti cantante sembrano sbiascicate, come se canti con in bocca i suoi amati Grillz. A parte questo il ritornello e’ orecchiabile e memorabile: “Tu sei quello che bramo e i miei desideri diventano pericolosi. I sentimenti non svaniscono mai e non penso dovremmo giocarci”. E anche se questa traccia non ha niente a che fare con l’influenza latina delle altre canzoni dell’album, e’ stato notato che l’essenza del fado, il genere di canzoni portoghesi infuso con un mood malinconico, melodie tristi e sentimento di rassegnazione, può essere trovata nel testo di Crave.

08. Crazy


Una canzone che comincia con le note suonate da una fisarmonica, letteralmente prelevate da La Vie En Rose di Édith Piaf’, un classico che M ha suonato dal vivo con il suo ukulele durante il Rebel Heart Tour e che condivide lo stesso feeling, (ma non nel testo), con questa traccia che possiamo definire una ballata sull’amore e sulle cose pazze che si fanno per amore. Un testo che si trova tra Take a Bow e You’ll See, la storia di qualcuno che si sente ferito e tradito da un amante, ma che sta per riguadagnare la forza e la fiducia in se stesso (“Rimuovo la mia debolezza strato dopo strato”). La canzone e’ quasi tutta in Inglese ma nel ritornello Madonna canta la stessa frase sia in inglese che in portoghese. La voce e’ molto forte e non c’e’ praticamente traccia di vocoder. Decisamente uno degli highlight dell’album con un potenziale da singolo “tradizionale” che potrebbe anche diventare un grande successo da club con un remix, come già accaduto per Frozen.

09. Come Alive


Come Alive se la gioca su un terreno familiare. Un’altra canzone che potrebbe arrivare dal passato affine alle atmosfere di Rebel Heart e la melodia e l’arrangiamento mi ricordano Body Shop, ma il tocco di Jeff Bhasker e Mike Dean la portano ad un livello diverso. I violini campionati in stile Don’t Tell Me e il coro gospel alla fine la rendono molto bella e gradevole.

10. Extreme Occident


Questo pezzo mi da’ l’idea di quella canzone presente in ogni musical che fa da introduzione, in cui il personaggio principale canta in modo tranquillo del momento della vita in cui si trova, come ci e’ arrivato e sopratutto cosa vuole dal futuro. Mandolini, pianoforte e qualche violino accompagnano la voce senza filtri per la maggior parte della traccia, poi entra un loop sincopato che ci porta ad un finale molto drammatico. La vita e’ un cerchio, canta Madame X… Questa e’ la prima bonus track presente nella Deluxe Edition.


11. Faz Gostoso


Si potrebbe tradurre con qualcosa tipo delizioso o appetitoso, Faz Gostoso e’ il rifacimento di una canzone dell’artista Portoghese Blaya, che e’ stata un enorme successo estivo la scorsa estate. Nella cover Madonna rimane molto vicina all’originale, traduce i versi in inglese ma lascia tutto il ritornello identico in portoghese. La struttura della canzone rimane praticamente la stessa e abbiamo anche la presenza della pop star brasiliana Anitta come ospite. E’ una canzone veramente contagiosa!

12. Bitch I’m Loca


Il delizioso Maluma ritorna in questa dodicesima traccia e Madonna e’ proprio LOCA in questo pezzo. Essendo un fan del pop latino apprezzo il fatto che questa e’ una vera canzone pop latina, e’ autentica, visto che per il 90% e’ cantata in Spagnolo a differenza di quelle hit estive tarokke in cui ci sono solo due parole in spagnolo, sempre le stesse, ripetute qua e là. Il ritornello e’ tutto in spagnolo e i versi hanno solo piccole parti in inglese, giusto per non far sentire i Gringo lasciati fuori (sempre gentile lei). Il ritmo reggaetoniano si unisce a un testo divertente e ironico che essenzialmente e’ un dialogo bollente, con Maluma che ci racconta che “lei usa solo Chanel, lo unisce bene ai gioielli di Cartier, che il suo fidanzato l’ha lasciate perché é stata infedele e che ama gli uomini più giovani” come lui. La canzone finisce con M e Maluma che si chiamano con i nomignoli che si sono dati durante la lavorazione e con un sottile e delicato gioco di parole che fa più o meno cosi:

M: È cosi bello vederti Mr. Safe.
Maluma: È cosi belle vedere te Mrs. Crazy. Dove vuoi che metta questo?
M: Uhm, lo puoi mettere dentro.

Grazie a Dio non è un’altra Spanish Lesson (da Hard Candy, 2008), canzoni in cui Madonna non aveva un chiara idea delle differenze tra l’italiano e spagnolo.

13. I Don’t Search I Find


Questa è la traccia che davvero ci porta indietro nel tempo. Sia per il testo che per la musica, è un omaggio al periodo di Erotica. Non so se questo possa anche essere considerato un omaggio a Shep Pettibone, perché sospetto che non siano più tanto amici come una volta, pero’ tutte le caratteristiche che contraddistinguevano le sue produzione ci sono: l’intro delle canzoni e gli stop con gli schiocchi di dita, i violini campionati, le parti di piano house, i momenti parlati alla Rescue Me, le vocals con l’eco e melodie un po’ strane. Fever, Goodbye to Innocence, Deeper and Deeper, Rescue Me, Words e Thief of Hearts qua dentro ci sono tutte e quando ascolti la canzone per la prima volta ti sembra veramente di stare nel 1992, quando abbiamo ascoltato l’album Erotica, che all’epoca era stato definito da molti fans e critici, rischioso, troppo lungo, strano, non decifrabile, pretenzioso e fuori di testa. Ora invece Erotica e’ considerato all’unanimità una dei migliori lavori della sua carriera e una pietra miliare. Il messaggio che questa canzone mi porta è che è meglio godersi e apprezzare le cose che la vita ci porta, si anche un album di Madonna, e non dopo 30 anni se ne hai ancora la possibilità. Comunque davvero un bella passeggiata sulla via dei ricordi.

14. Looking For Mercy


Una ballata carina, diretta, ma comunque anche molto teatrale. Una canzone che potrebbe stare bene sia su Ray of Light che in American Life. Il tipo di canto alla Masterpiece, il crescendo musicale finale alla Power of Good-bye, il testo molto sentito e a volte cantato con passione, quasi rabbia ci fa incontrare la Madonna che ben conosciamo dietro la maschera di Madame X. Questa e’ la seconda bonus track della Deluxe Edition.


15. I Rise


ll secondo singolo anteprima di Madame X e’ una canzone che ispira e praticamente un inno. Comincia con un sample della voce emozionata di un discorso tenuto da Emma Gonzalez, sopravissuta alla sparatoria svoltasi nel liceo Marjory Stoneman Douglas High School. Le vocals di Madonna qui sono molto forti e musicalmente si tratta di un pezzo Urban Pop molto ben prodotto. Il ritornello è un mantra molto semplice: “Mi alzo, mi alzo/ Mi alzo sopra tutto questo, sopra tutto questo / Mi alzo, mi alzo / Mi alzo sopra tutto quanto.” Madonna ha detto che ha scritto I Rise come un modo per dare voce a tutte le persone emarginate che sentono di non avere l’opportunità di dire quello che pensano: “Quest’anno e’ il 50 anniversario del Pride e spero che questa canzone incoraggi tutti gli individui ad essere chi sono, a dire ciò che pensano e ad amare se stessi”

16. Funana


Prima traccia bonus dell’edizione doppio cd. Funana e’ un tipo di musica che viene sempre da Cape Verte, basata principalmente sul suono della fisarmonica. In questo caso abbiamo Mirwais che rivisita il genere in una canzone che e’ un omaggio (funebre) che Madonna fa’ a tutti gli amici e non, grandi talenti della musica che hanno vissuto nella sua stessa epoca e che non ci sono piu’. Per dimenticare le brutte cose della vita Madonna invita tutti ad andare a ballare in discoteca perchè c’e’ ancora bisogno di Elvis, Bob Marley, Whitney, James Brown, Aretha, George Michael, Bowie, 2Pac, Avicii, Mac Miller, Freddy Mercury o Prince Roger Nelson. In quella che sembra una lista tipo rap di Vogue, ma molto piu’ funesta, qualcuno ha notato manchino Michael Jackson e Amy Winehouse.

17. Back That Up to the Beat


Seconda Traccia Bonus dell’edizione doppio cd. Come molti sapranno questa è una delle canzoni nate per Rebel Heart e scritta con Pharrel Williams, ma che poi e’ stata scartata. Ovviamente anche questa era tra i demo del famoso leak del 2015 e onestamente preferisco la versione piu’ frizzante e fuori di testa del demo di Pharrel (che era molto stile Hard Candy), con il campionamento della voce di una sorprano d’opera, che questa versione, pero’ e’ anche bello sentire come quel demo si sia evoluto e la stessa canzone sia diventata qualcosa di completamente diverso.

18. Ciao Bella


Terza traccia bonus dell’edizione doppio cd. Canzone curiosa che di Italiano ha solo il titolo. Non aggiunge ne’ toglie niente all’album, una sorta di Goodbye To Innocence in cui sentiamo campionata la frase Bella Ciao e un guest artist che canta in Africano. Facendo voli pindarici vogliamo vederlo come un omaggio sia alla terra dei suoi avi insieme alla terra del Malawi che tanto ama? Forse, probabilmente, e’ solo una canzone che ci raccontava di un viaggio di Madame X in Africa, travestita da missionaria laica, e che semplicemente non ha trovato spazio nell’album principale.




Quando hai deciso di focalizzare l’attenzione dei tuoi lavori sul corpo maschile?
Son sempre stato affascinato dal corpo umano e dall’erotismo, ma il mio interesse verso il nudo maschile è iniziato circa 5 anni fa. Inizialmente era soltanto un modo per disegnare dei ragazzi col sedere al vento e farsi una risata, ma in molti cominciarono a incoraggiarmi e allora ho cominciato a prendere la cosa più seriamente. Ho iniziato a vedere la mia arte in maniera diversa e a far sì che riflettesse esperienze e interessi personali. E in men che non si dica… ti ritrovi a disegnare sederi a destra e a manca!

Quali sono le tue fonti di ispirazione principali?
La musica, la moda e il sesso, tre cose che spesso si sovrappongono e incrociano. Di solito inizio a lavorare lasciandomi ispirare da una canzone, una campagna su una rivista di moda o, perchè no, semplicemente del porno. Guardo anche il lavoro di altri artisti, è un modo di rimanere concentrato, ispirato e creare una forma produttiva e positiva di competizione. Alcuni artisti che amo particolarmente sono Stephen McDermott, Luis Bolivar, e Audrey Kawasaki.

Solitamente tendi a lavorare sul piccolo formato. È una scelta collegata al tuo tipo di lavoro?
Ho sempre avuto un’indole solitaria, e da ragazzo amavo disegnare per conto mio su piccoli album. Credo che crescendo questa cosa sia rimasta: mi piace disegnare in piccolo, in un certo senso sembra che il processo rimanga più intimo. In passato ho anche provato delle tele più grandi, ma è un po’ strano per me, e non mi sento a mio agio, quindi alla fine torno su dimensioni più ridotte. Ma chissà, magari in futuro proverò ancora…

Parliamo invece di… culi. Non tutti i fondoschiena sono uguali, e in quanto artista avrai sicuramente un certo occhio a riguardo… Quali sono i tuoi preferiti da disegnare?
Beh, naturalmente! I culi sono una cosa fantastica. Hanno quella rara dote di apparire allo stesso tempo buffi e sexy. I miei preferiti sono rotondi, soffici e con un accenno di peluria. Poco importano dimensione e consistenza, l’importante è che ci sia del pelo… del resto, bisogna pur aggiunger un po’ di texture, no?

Si parla molto di come Instagram stia valutando l’ipotesi di togliere il conteggio dei like per stimolare un rapporto più sano con le immagini e togliere l’ansia da prestazione. Tu hai più di 50mila follower: com’è il tuo rapporto con i social?
Quando ho iniziato, postare sui social per me era giusto un modo divertente di condividere il mio lavoro e vedere cosa ne pensava la gente. Ma pian piano mi son reso conto che cominciavo a dare priorità solo a quello che piaceva. Diciamo che negli anni ho imparato dai miei errori: non è molto salutare concentrarsi sui like, la cosa mi dava ansia. Adesso invece cerco di postare solo quello che mi piace, spesso non ottengo chissà quale feedback, ma va bene così. L’unico problema attualmente è trovare il giusto equilibrio tra vita sociale, lavoro e attività artistica: su quel tipo di equilibrio sono ancora un po’ indietro.

A volte i ragazzi dei tuoi disegni sono fragili e tristi, altri hanno pieno controllo della propria sessualità. In che modo il tuo umore va a influenzare quello che disegnerai?
L’umore ha un ruolo molto importante nel modo in cui disegno i ragazzi e sul tipo di atmosfera che viene fuori e sono molto influenzato anche dal tipo di musica che ascolto mentre disegno. Diciamo che è un continuo altalenare di sexy e triste. Ad esempio, di natura sono una persona autoritaria ma ho un debole per gli occhi tristi e le gote rosse, è qualcosa che ritorna spesso nei mie disegni. Di recente invece ho un debole per le piante, vedrai che cominceranno ad apparire spesso nei miei lavori!

Se avessi la possibilità di poter scegliere liberamente un modello – reale o di fantasia – per una sessione privata di ritratti, chi sceglieresti?
Beh se avessi carta bianca opterei per Enrique Iglesias… O Maluma. O ancora Sean O’Pry, Nyle DiMarco… ti prego non farmi scegliere!

Quali sono i tuoi progetti e obiettivi per il futuro?
Voglio uscire dalla mia confort zone e imparare cose nuove. Fare una nuova serie di dipinti ad olio, produrre una fanzine, e partecipare ad un paio di mostre. Ma soprattutto, voglio essere felice, focalizzarmi su me stesso e tenere alto il morale. Sono assolutamente certo che se ti prendi davvero cura di te, puoi aspettarti soltanto il meglio dalla vita!

@martinbedolla


















BYREDO – ELEVENTH HOUR
Anno di creazione: 2018
Da indossare ascoltando: Batuka, Madonna

In questa ‘undicesima ora’, ovvero poco prima che sia troppo tardi, Byredo ci conduce alla scoperta del profumo di ciò che sta per finire: un viaggio verso la fine del tempo e verso l’ultimo profumo sulla faccia della Terra. Questo percorso insegna a trovare anziché cercare. Eleventh Hour è una fragranza che, con i suoi sentori pepati e aggrumati, parte dagli altipiani nepalesi dove cresce la pianta del Ban Timmur, per poi incontrare il fico selvatico con la sua profumazione dolce e accattivante che sprigiona un sentore di urgenza e pericolo. Con le note di fondo dei legni del Kashmir, sblocca infine una un’energia calda, avvolgente e sicura sulla pelle, in un’armonia con se stessi e il mondo. E forse oltre: un nuovo legame tra l’io e il cosmo.

Note:
Testa: Ban Timmur, bergamotto.
Cuore: Semi di carota, rum, fico selvatico.
Fondo: Fava tonka, legni del Kashmir.

HISTOIRES DE PARFUMS – 1876 MATA HARI EAU DE PARFUM
Anno di creazione: 2001
Da indossare ascoltando: Gimme, Banks

Mata Hari, “l’occhio del giorno” in malese, è una delle spie più famose di tutti i tempi. Nata Margaretha Geertruida Zelle, la ragazza olandese nasce come ballerina ma durante la prima guerra mondiale viene in contatto con vari ufficiali dell’esercito, mettendola a conoscenza di informazioni top secret. Si narra che abbia venduto quei segreti ai tedeschi, sebbene alcuni credano che fosse solo un capro espiatorio. In ogni caso, fu giustiziata dal plotone di esecuzione nel 1917, a soli quarantun’anni. Mata Hari aveva una personalità audace, energica e intrigante. Un’aura di mito circonda ancora la sua leggenda, tanto che Histoires De Parfums 1876 ha scelto di ispirarsi proprio alla bellissima ed esotica ballerina, catturandone le diverse sfumature. 1876 ​​è un floreale dalle note speziate esotiche. La rosa è stata scelta per essere il cuore di questo profumo misterioso, che si apre violento, ma si rasserena col passare del tempo rivelando lati nascosti, diventando più tenero e più morbido; permane l’odore della rosa, che ora è adagiato su un letto di muschio e boschi. Calda e sensuale, la base sembra sussurrare all’orecchio suggerimenti erotici.

Note:
Testa: Bergamotto, arancio, litchi.
Cuore: Rosa Moldava, iris, garofano, cannella, cumino.
Fondo: Sandalo, vétiver, legno di Gaiac, muschi bianchi, vaniglia.

PENHALIGON’S – CAIRO
Anno di creazione: 2019
Da indossare ascoltando: Needed, Rhye

Cairo è il nuovo profumo di Penhaligon’s che, vibrante, invita a viaggiare verso l’infinita ricchezza ed estrema sensualità di questa misteriosa città egizia. Una luce calda e dorata, come il sole che si leva sull’antica città, è quella che si percepisce osservando la bottiglia di Cairo, che ha un cuore di Rosa Damascena immersa in un’opulenza di legni e spezie dai poteri evocativi. Cairo è un inno al suo passato, dorato e scintillante. Un luogo mistico in cui la terra offre in abbondanza erbe profumate, che crescono con insolenza sui terreni consacrati. Il maître parfumeur Christophe Raynaud per creare questo percorso olfattivo ha scelto ingredienti iconici dell’antica via delle spezie, come lo zafferano e i legni. Ne è nato un profumo ricco di sfaccettature seducenti, permeato di bellezza e ricco di promesse, sensuali e carnali.

Note:
Testa: Zafferano, incenso.
Cuore: Rosa Damascena, labdano, Cypriol, Vaniglia.
Fondo: Legno di Sandalo dello Sri Lanka, legno di Cedro Atlas, patchouli.

ROBERT PIGUET – NUIT VELOUR
Anno di creazione: 2017
Da indossare ascoltando: Downhill Lullaby, Sky Ferreira

Una fragranza che solletica i sensi come una dolce tentazione, un profumo che sembra evocare coccole ma che sotto sotto richiama molto altro. Il pepe rosa dà inizio ai giochi e si apre indulgente su un invitante accordo di crema e vaniglia, ma poi il richiamo sensuale dei legni chiari dona una morbidezza lasciva e voluttuosa al cuore di questo profumo, sexy ma pericoloso, come un gioco a due, dove però non ci sono regole. Il fondo di Patchouli e legno di sandalo sussurra un desiderio proibito che si svela nel chiaroscuro notturno di una calda notte d’estate, dominata dalla lussuria.

Note:
Testa: Pepe rosa, olio di mandarino.
Cuore: Accordo gourmand di crema e vaniglia.
Fondo: Legno di sandalo, olio di patchouli dell’Indonesia, muschio.


Da 33 anni il Festival MIX Milano di Cinema GayLesbico e Cultura Queer è il Festival del cinema della comunità gay, lesbica, trans e queer. E come ogni anno, Toh! selezione per voi i film imperdibili tra le sessantapellicole in programma. La 33a edizione del Festival MIX – battezzata #LoveRiot per celebrare i 50 anni dalle Rivolte di Stonewall – si terrà dal 20 al 23 giugno 2019 al Piccolo Teatro Strehler e al Piccolo Teatro Studio Melato.
festivalmixmilano.com

Benjamin
di Simon Amstell. UK, 2019, 85 min
Sabato 22 Giugno, h. 20.30, Teatro Strehler

Benjamin è il primo lungometraggio di Simon Amstell, un autoritratto commovente e brutale sotto forma di commedia. Il film racconta la vita di un regista che​,​ come ogni essere umano​,​ ha aspettative e dubbi. Il Benjamin del film è interpretato da Colin Morgan, nei panni di un giovane filmaker​ ​con fantasie artistiche indie, che dopo un primo film calorosamente accolto sta lavorando al suo secondo progetto. Si percepisce in lui l’ansia di non essere adeguato alle aspettative del pubblico e teme che il suo secondo lavoro possa risultare spocchioso e pretenzioso. La sua mente sembra finalmente placarsi quando si innamora di Noah​,​ un giovane cantante interpretato da Phenix Brossard, ma le sue insicurezze sono tangibili anche in questa love story​: poiché non può garantirne il successo, passa da attimi di puro entusiasmo ad altri di terrore. L’abilità di Amstell è stata quella di aver creato oltre al protagonista​ ​Benjamin, una serie di personaggi secondari che passano nella vita del protagonista e che fanno sorridere rendendo il quotidiano piacevole. Se questa pellicola​ ​ha una vena autobiografica tra il protagonista​ ​e il regista, ha anche una grande differenza tra loro​:​ Amistall ha sicuramente​ ​fatto un buon film • [Alex Vaccani]


Carmen y Lola
di Arantxa Echevarría. Spagna, 2018, 1h 43min
Domenica 23 Giugno, h. 15, Teatro Strehler

Due ragazze gipsy si incontrano a un mercato rionale e si innamorano. Non è certo un innamoramento semplice, il loro: Carmen si deve sposare, Lola capisce di essere lesbica innamorandosi di lei e da questa viene poi rifiutata. Si potrebbe pensare che l’amore non sia destinato a sbocciare, ma il titolo ci rovina la suspense: Carmen capisce anche lei di essere lesbica e di essersi innamorata di Lola, che a quel punto si era ormai allontanata; c’è un riavvicinamento e poi di nuovo un allontanamento ma alla fine l’amore trionfa e non ci aspettiamo niente di diverso dal primo fotogramma. Guardando oltre la trama fin troppo lineare si nota l’attenzione alla psicologia dei personaggi: il lungometraggio è soprattutto un ritratto quanto mai schietto della cultura gipsy. C’è una maniacale attenzione da parte della comunità in cui le ragazze vivono alle male lingue. La ragazza ha infranto un matrimonio e questo non fa innervosire la famiglia meno della scoperta della sessualità immorale della figlia. Non c’è niente di edulcorato: la madre non approva, il padre è violento, i giovani sono disinteressanti e chi va controcorrente soffre. Ci aspettiamo, comunque, un lieto fine. C’è una positiva influenza reciproca tra le ragazze che le porta a prendere il coraggio di compiere scelte distanti da quelle della cultura dei genitori per aspirare a un futuro diverso da quello che loro si aspettano sé. Una tenera storia d’amore che si lascia solo intravedere attraverso un roseto si spine e pregiudizi • [Chiara Papèra]


Docking
di Trevor Anderson. Canada, 2018, 4 min

«Di recente, sono stato più interessato a superare i limiti del documentario d’essai personale», spiega il regista Trevor Anderson, «prendendo storie vere e usandole come trampolini di lancio per fantasie cinematografiche: “The man that got away” del 2012 era un musical su un mio prozio, “The little deputy” del 2015 è stato un western su mio padre. “Docking” è un horror fantascientifico sulla mia paura di uscire con qualcuno». Quattro minuti appena in cui si sente la sua voce fuori campo formulare tre frasi: sono sempre stato single: perché?, di cosa ho paura? E subito, per chiarire finalmente i dubbi, a dare un senso a tutto ciò, fa irruzione un gigantesco, fluttuante, drittissimo pene eretto: talmente realistico da farci chiedere se si tratti di realtà o CGI. Presto le domande diventano due, e i peni anche, sotto la musica disturbante di Lyle Bell mentre, come dice il titolo, i membri “attraccano”. Costata come cinquanta cortometraggi canadesi della stessa durata, questa follia (reduce dal Sundance) vede dietro la macchina da presa, tra gli altri, lo scenografo Todd Cherniawsky (scenografo di titoletti quali “Avatar”, “Star Wars” e “Alice in Wonderland”) e il make-up artist Christien Tinsley (un Oscar, due Emmy e settanta film): sotto caterve di foto di piselli fornite dall’autore, hanno impiegato quattro anni per preparare i 3D e tre giorni per girare la scena – che, srotolato il prepuzio, risponde proprio a quella domanda che si pongono in molti: di cosa ho paura? Vedere per credere • [Luca Fontò]


Fabulous
di Audrey Jean-Baptiste. Francia, 2019, 46min
Sabato 22 Giugno, h. 18, Teatro Studio Melato

Non lasciatevi ingannare dalla banalità del titolo di questo documentario sulla cultura nata attorno al vogueing: si tratta di lungometraggio intenso, introspettivo e ben strutturato. Protagonista è l’abilissima ballerina transgender Lasseindra Ninja che, dopo aver imparato il vogueing a New York City e averlo esportato in Europa, torna a casa nella Guyana francese per insegnarlo a un gruppo di ragazzi interessati tanto alla tecnica quanto alla sicurezza in sé stessi. Si intuisce subito come nella Guyana francese chi pratica vogueing sia percepito ancora come appartenente a una cultura sovversiva. I vari excursus sugli episodi di bullismo e sui crimini d’odio ai danni dei ragazzi non sfociano nel patetismo ma servono per immergersi nel punto di vista di un abitante del luogo. Vogueing non significa sfarzose ballrooms in cui ammirare paillettes e lustrini, ma un momento per trovarsi in estremo segreto e da usare come valvola di sfogo periodica dall’occhio giudicante dei coetanei. Quello di Jean-Baptiste è comunque un ottimo documentario sulla danza: quasi totalmente ambientato dentro la sala prove, documenta l’evoluzione delle lezioni, i miglioramenti, le prese di confidenza e coscienza. Si fa anche riferimento ai moti di Stonewall mai così attuali come nel 50esimo anniversario del primo pride iniziato da Marsha P. Jhonson: «non possiamo certo crearci il nostro spazio nel mondo urlando nelle strade», «e invece sì, proprio così è iniziato tutto» dice infatti l’insegnante a uno dei ballerini • [Chiara Papèra]


Four quartets
di Marco Alessi
Regno Unito, 2018, 12min

Giovane ragazzo gay, Raf esce con gli amici per andare in discoteca ma passa l’intera serata a guardarsi intorno per accertarsi di essere notato. Troverà pace (non prima di vari flashback e flashforward tra sogno e realtà) grazie alla venuta di un santone/ angelo della notte/ mentore/ ragazzo ubriaco a suggerirgli di lasciarsi andare e godersi il momento. Finalmente Raf potrà recarsi in una stanzetta asettica a danzare libero da ogni freno inibitorio insieme a una Drag Queen. Metafora forse un po’ esplicita di uno stereotipo gay: si esce per trovare qualcuno da portarsi a letto e la serata non inizia se non a quel punto; poco importa se si è in compagnia di amici di vecchia data o di leggiadre transvestites: il gay-medio non penserà ad altro che all’individuare all’interno del locale tutti quanti siano della sua sessualità. L’estetica è ipnotica e quindi perché concentrarsi sul condensare una trama lineare in questi dodici minuti, quando la fotografia e il montaggio sono curati così bene da far passare la consequenzialità in secondo piano? Non di meno un corto generazionale. Un occhio tenero e naïf allo smarrimento e all’inadeguatezza. Un ottimo esercizio di stile ma non certo il materiale più innovativo né l’immaginario di cui la cultura maschia omosessuale aveva bisogno. Forse un corto che spronerà il pubblico a svincolarsi tanto dalla veridicità quanto dallo stereotipo della descrizione fatta di queste serate, che potrebbe avere quindi la stessa funzione del consigliere di Raf • [Chiara Papèra]


Los miembros de la familia
di Mateo Bendesky. Argentina, 2019, 86 min
Venerdì 21 Giugno, h. 19, Teatro Strehler

Mia nonna aveva una casa in campagna in cui non c’era il televisore, dai rubinetti non usciva acqua pulita e la radio prendeva a malapena due stazioni. Mentre mia nonna travasava le dispense sostituendo alle padelle senza ormai più il manico gli utensili “buoni”, mia zia e mia madre schiacciavano le mandorle fresche, le mettevano a mollo nell’acqua, mio padre sradicava radici dal viale d’ingresso, qualcuno a turno preparava il carbone. Io e mia sorella, senza alcun modo fruttuoso di impiegare il tempo, frugavamo nei mobili e nei cassetti: sotto la polvere trovavamo foto dai bordi frastagliati, libri senza la sovraccoperta, 33 giri senza titolo, pupazzi, scatole di legno per il Domino… Il ricordo è affiorato prepotente davanti a Lucas e Gilda, fratelli post-adolescenti che litigano più spesso di quanto si abbracciano: tornano nell’alloggio al mare di famiglia per estinguere l’ultimo desiderio della loro defunta mamma: spargere i suoi resti in mare – anche se l’unico resto a disposizione è una protesi. Fra le stanze sotto sigilli di cui non usano il bagno, bloccati da uno sciopero dei pullman, Lucas e Gilda passano le sere praticando «computazionalismo, la magnetoterapia e gli avanzi della propaganda religiosa di auto-aiuto»: lui esce, lei rimane a casa; lui dorme fino a tardi, lei lo sveglia e gli fa storie; lui corre in spiaggia alla mattina, si imbatte in un ragazzo del paese. Lo sciopero prosegue. Lei ha un fidanzato che potrebbe aiutarli, molto più grande di loro. Lui è solo, poi non più • [Luca Fontò]


Rafiki
di Wanuri Kahiu. Kenya / Sud Africa / Germania, 2018, 83 min
Sabato 22 Giugno, h. 20.45, Teatro Studio Melato

Lei e lui si conoscono, si frequentano e si vogliono bene: ma non devono, perché sono figli di famiglie in combutta (“Romeo e Giulietta”), membri di clan in guerriglia (“West side story”, che di “Romeo e Giulietta” è il remake) o pieni di ormoni incompatibili (“Splendore nell’erba”); in classi diverse a bordo del Titanic, la primogenita di un sultano e un ladruncolo glabro, una bella e una bestia: il sentimento è sempre più forte dell’antropologia sociale per cui sappiamo che, a costo della morte, l’amore trionferà. Ma se ad amarsi fossero lei e lei? E se non fossero nell’isola di Manhattan ma in Kenya? Il Cinema ci ha insegnato anche che l’epilogo è inevitabile: prima la violenza, poi la fuga. E la violenza può venire dalla comunità bigotta e pettegola, come in questo caso, ma anche dalla famiglia stessa, come in “Carmen y Lola”, altro titolo presentato in questo festival e che dimostra come certi film (lesbo?) si facciano con lo stampino. Kena e Ziki sono figlie di due politici avversari, parlano inglese e swahili, una gioca a calcio coi maschi e l’altra balla nei parcheggi: eppure si conoscono, si frequentano e si vogliono bene. Il problema (qui come in “Carmen y Lola”) è che nel concitamento della disubbidienza ci si ama senza parlarsi: Ziki non sappiamo cosa voglia fare da grande, Kena non glielo chiede, troppo impegnata a baciarla a stampo. Certe relazioni, è vero, non hanno bisogno di parole: basti pensare a Ennis e Jack di “Brokeback Mountain”. Ma è vero anche com’è poi andata a finire • [Luca Fontò]


The ground beneath my feet
di Marie Kreutzer. Austria, 2019, 1h 48min
Sabato 22 Giugno, h. 18.30, Teatro Strehler

Giovane consulente aziendale, madrelingua tedesca e – naturalmente – bionda, si dichiara orfana e sola, e consacra ogni energia nel lavoro, raggiungendo anche le cento ore di incarico a progetto; con efficienza spietata, ci aggiunge quotidiane sessioni di cyclette, cene eleganti con colleghi ovviamente maschi e notti in alberghi asettici, dove si lascia andare alla relazione, tenuta ovviamente nascosta, con una socia praticamente sua superiore. Sembra di rivedere (l’inarrivabile) “Toni Erdmann”, tutto nichilismo ed estenuanti ritmi di lavoro: ma Lola, più giovane e più in carriera di Ines, invece che dal padre viene investita dal ritorno della sorella Connie, che dopo aver tentato il suicidio si ritrova – contro la sua volontà – ricoverata in un istituto dove, dice, le fanno mancare il cibo e abusano di lei. E qui il film cambia: mentre Lola riceve telefonate da Connie a tutte le ore, dalla clinica le assicurano che la degente non sia in possesso di telefoni cellulari e che venga sempre monitorata… La schizofrenia è ereditaria? La quarantenne Marie Kreutzer si perde fra le messe in scena (una sequenza di drammi in ufficio pare fiction TV) ma padroneggia l’animale femmina (cit.): soprattutto nel rapporto tra Lola ed Elise – che si insultano e poi fanno sesso, si inseguono nei bagni e poi si licenziano in riunione – ma anche nel rapporto fra Lola e i maschi: più che una storia intima di ordine e caos, tratteggia la condizione attuale della donna, con più di una stoccata al sistema patriarcale • [Luca Fontò]