Haiku Hands: let’s party! (at home)

Divertente, colorata, ribelle, la musica delle Haiku Hands dall’Australia sta facendo il giro del mondo. Impossibile tenere i piedi fermi con i loro beat che fanno salire la nostalgia da discoteca. Vi ricordate quando andavamo a ballare? Se ci penso sclero, io che nelle discoteche ci ho suonato una vita, quindi preferisco ballarci su, con questo album pazzerello che suona a metà tra un disco del 2002 e uno del 2020.

Le Haiku Hands sono australiane. Claire e Mie Nakazawa, sorelle, sono di Sydney mentre Beatrice Lewis è di Melbourne. A loro nella formazione live si aggiunge Mataya Young che è Australiana ma non so di dove e poco importa. Quel che importa è che in un anno piuttosto triste hanno pubblicato un album omonimo che è una bombetta sul dancefloor. Ci hanno messo un po’ a pubblicarlo, se pensiamo che il loro primo singolo Not About You è del 2017 ma poco importa, perché è arrivato nel momento giusto. Una miscela che frulla pop, punk, electro che renderebbe orgogliosa Kathleen Hanna. Mettetevi le vostre scarpette da ballo migliori e leggetevi l’intervista. E’ Claire a parlare con me:

Ciao! Dove vi siete incontrate e quando avete cominciato a fare musica insieme?

Beatrice e io ci siamo conosciute per la prima volta all’Earth Frequency Festival nel Queensland, abbiamo iniziato a fare musica insieme a Melbourne. Circa un anno dopo e si è aggiunta anche Mataya che suona con noi dal vivo. Mie è mia sorella, si è unita al gruppo quando abbiamo iniziato a suonare.

Il vostro primo singolo Not About You è stato pubblicato nel 2017 e apre il disco, perché avete impiegato così tanto tempo per realizzarlo?

Quando abbiamo pubblicato Not About You le cose sono davvero decollate, persone che ci contattavano, spettacoli, opportunità, tour. Non ce lo aspettavamo, abbiamo dovuto apprendere il settore e mettere insieme un team. Così lo scrivere e il completare le canzoni sono finiti nel dimenticatoio, viaggiavamo così tanto! Ma ogni volta che avevamo una settimana o qualche giorno per fermarci e scrivere a Melbourne lo facevamo. Siamo state anche felici di pubblicare singoli per un pò, ma ad un certo è arrivata una deadline e abbiamo dovuto rispettarla!

Sono onesto quando dico che la prima volta che ho ascoltato la tua musica è stato come aprire una porta e ritrovarmi nei primi anni 2000. L’elettroclash era qualcosa di enorme, con band come Chicks on Speed, Miss Kittin o Le Tigre, ma ovviamente con un twist contemporanet, siete fan di quell’epoca musicale?

Eravamo adolescenti all’epoca e penso che sia stato il periodo in cui molti dei nostri gusti musicali si sono formati realmente, tuttavia non ascoltavo nessuno di quel genere musicale. Ascolto principalmente hip-hop, R&B, musica elettronica o emo downtempo. Ma forse in modo subliminale alcune influenze mi sono arrivate, ricordo di aver visto Peaches a un Big Day Out Festival all’inizio degli anni 2000. Joel Ma con cui scriviamo i pezzi, all’inizio delle nostre sessioni ci fece guardare The Punk Singer, un documentario su Kathleen Hanna fondatrice de Le Tigre. Quindi penso che abbia portato un pò d’influenze da quello stile nella nostra sessione di scrittura e nel metodo con cui ha elaborato la nostra voce.

Un aspetto che mi piace della musica delle Haiku Hands è che è davvero contagiosa, è impossibile tenere fermo il corpo mentre ascolti l’album, come raggiungete questo risultato?

Sì, rispondiamo sempre a come un ritmo ci può influenzare fisicamente, è una delle prime cose che facciamo quando scegliamo la musica su cui scrivere. Quindi sono contenta che abbia quell’effetto anche su di te!

Un ritmo deve farmi commuovere o sentire qualcosa dentro per poterci scrivere sopra.

Tramite le canzoni le Haiku Hands cercano d’inviare un messaggio usando l’umorismo. Vedo i vostri testi come una sorta di dichiarazione, qual è il tuo punto di vista?

Sì, rilasciamo dichiarazioni, commenti e facciamo domande dal nostro punto di vista. A nessuno di noi piace davvero sentirsi dire cosa fare e non intendo a noi come band, ma mi riferisco a chiunque. Quindi nei nostri testi facciamo dichiarazioni, commentiamo e mettiamo in discussione le cose che ci interessano e speriamo che le persone ne traggano qualcosa. Quando c’è umorismo le persone possono prendere quello che dici sul serio o meno, come vogliono. Adoro questa libertà che si crea quando scriviamo.

HAIKU-HANDS

Eat Your Bass è una delle mie canzoni preferite dell’album, adoro la voce con quelle vibrazioni punk e il modo in cui cantate tutte insieme, è così liberatorio, è così anche per voi?

È stato un pezzo molto divertente da scrivere! Avevamo già un riff ma quando abbiamo ascoltato per la prima volta il ritmo ho preso il microfono e ho seguito il modo in cui la canzone mi ha fatto sentire. Il ritmo mi ha travolto. Ho avuto un’esperienza un po ‘catartica “cantando” parole e parole senza senso. Abbiamo quindi cercato di mantenere quell’energia iniziale nei testi e nelle riprese finali. È stato divertente perché è uno stile che non avevamo mai fatto prima e mi sentivo così oltraggiosa in quel momento. Non pensavo che sarei stata in grado di eseguirla dal vivo, ma la facciamo ed è così bello esibirsi.

Siete entrambe australiani, ma come è nata la collaborazione con i Sofi Tukker?

Penso che sia successo perché siamo andati in tour insieme, ci hanno visto suonare e hanno adorato in particolare Fashion Model Art, che già esisteva. Così abbiamo chiesto se volevano essere coinvolti e lo hanno fatto!

Come descriveresti il tuo rapporto con l’arte e la moda?

Ho un background in arti visive, frequento la scuola d’arte e faccio mostre, quindi ho visto un pò di quel mondo, ne ho fatto parte. La moda invece è un pò una cosa nuova che le Haiku Hands mi hanno incoraggiato a esplorare in un modo diverso, ma mi è sempre piaciuto trovare cose da indossare che sono un po’ diverse, combinazioni inaspettate e meno normcore. È un bel modo per esprimerti.

Hai un vestito di scena preferito?

Il mio outfit preferito da stage cambia a seconda di come mi sento, la cosa che preferisco è la libertà di mettermi quel che mi sento in quel preciso momento, ma amo le t-shirt vintage con l’abito di nappe che indossiamo spesso.

Penso che il disco sia fatto per essere suonato dal vivo, come descriveresti un vostro concerto?

Sì, scriviamo sempre pensando ai live, ai festival e pensiamo “questo potremmo dirlo sul palco a una folla?” Descriverei il nostro spettacolo come uno show ad alta energia, coinvolgente, ballabile, ribelle, proviamo ad incoraggiare tutti nel provare qualcosa allo stesso tempo con ballando e cantando i nostri testi. Un bello spettacolo è quando tutti nella stanza sono coinvolti e creiamo l’energia tutti insieme.

Con che musica sei cresciuta?

Tanta e diversa, mia madre ascoltava Van Morrison, Tracy Chapman, Bob Dylan e la world music, ho guardato molti musical da bambina. Poi da adolescente ascoltavo hip-hop, R&B, pop, indie, alternative, down tempo emo e poi sono passata alla musica elettronica strumentale e al ritmo.

Perché vi piace nascondere la vostra identità nelle foto?

È iniziato tutto con la nostra prima uscita Not About You, volevamo far parlare le immagini, che si concentrassero sulla musica e su ciò che diciamo invece che sulle nostre identità oltre che adattarsi al tema della canzone. Era anche una scelta in contrasto con ciò che stava accadendo in quel momento, la cultura dell’auto-promozione era al suo apice, tutti cercavano di essere visti. Quindi era il nostro modo di andare contro quella cultura. Volevamo presentarci come gruppo ed essere rappresentate dalla nostra arte, musica e messaggio, oltre che aspetto e individualità. Ci sono anche altri persone coinvolte nella creazione della nostra musica che non sono visibili nei nostri video, così non facendoci vedere ci sembrava di rappresentare tutti in qualche modo.

L’ultimo disco di cui ti sei innamorata:

Ad essere sincera è passato un pò di tempo dall’ultima volta che ho ascoltato un intero disco. Un paio di anni fa ho attraversato una fase in cui ho ascoltato l’intero album di Frank Ocean “Channel Orange” per un anno intero. È piuttosto raro che ascolto un’intero album e amo ogni canzone senza saltarne nessuna.