MILANO MODA UOMO FW 2026: TRA CONTINUITÀ E RIMASTONI

In un sistema moda, ormai al tracollo, che vive di interruzioni forzate, reboot isterici e storytelling da LinkedIn, nei giorni della fashion week (che ormai è solo un weekend) Armani resta uno dei pochissimi megabrand immediatamente riconoscibili senza bisogno di grandi forzature. È una lingua visiva autonoma, fluente, che non ha mai avuto bisogno di sgomitare. E infatti, anche oggi, Armani non interrompe: continua.

La collezione presentata da Leo Dell’Orco, storico braccio destro del fondatore per quarant’anni, ha il sapore di un esercizio di fedeltà e misura. Liscia, morbida, profondamente Armani. Sartoria ampia, fluida, tessuti accoglienti, pantaloni pieni che si appoggiano sulle scarpe in suede come se fosse sempre domenica pomeriggio.
C’è qualche segnale di movimento: trame iridescenti, tocchi di ametista, ma sempre filtrati da quella compostezza quasi allergica allo strappo. Persino il velluto blu più acceso flirta con l’appariscente senza mai concederglisi davvero.

I bomber carnosi, le giacche da aviatore, i maglioni larghi con spalle cadenti infilati in pantaloni enormi parlano a una giovinezza possibile, mai inseguita. In totale 136 uscite che ribadiscono una verità semplice: Armani non sceglie tra monopetto e doppiopetto, tra collo a scialle o a fascia. Sceglie la languidezza. E basta.

Due show, zero scenografia nella pista sotterranea di Via Borgonuovo, modelli storici che sfilano con quell’andatura ventilata, mento alto, aria di chi non deve dimostrare nulla perché ha già dimostrato tutto. Continuità e nonchalance come manifesto politico.
Gli anni ’80 e ’90 stanno tornando ovunque, e Armani è paradossalmente in pole position proprio perché da li non se n’è mai andato. Il vero punto interrogativo è: cosa potrebbero fare i giovani designer interni se qualcuno li lasciasse davvero pescare nell’archivio, come accaduto da Paul Smith?

Il finale con le coppie uomo-donna ribadisce il ruolo pionieristico del fondatore nel riscrivere la sartoria come stile di vita totale, mentre la collaborazione con Alanui (cardigan geometrici per lui e per lei) è forse l’unico vero segnale di un sentiero nuovo.
Dell’Orco saluta alla maniera di Giorgio, inchino misurato, poche mosse. Giustissimo

Milano moda uomo fw 26: Prada: l’inquietudine come alibi (e Raf Simons come rimastone)

Da Prada, invece, l’asticella delle intenzioni viene fissata altissima: “valori umani universali, civiltà, cultura, intelligenza, cura”. Tutto affidato a camicie con taglio francese stirato a ferro e pantaloni di lana asciutti come se da un minuto all’altro avessero preso l’Ozempic e l’avessero prescritto a tutto il guardaroba maschile.

La scenografia che vuole essere un condominio sventrato, modanature borghesi superstiti, caminetti appesi alle pareti, forse funziona più dei vestiti. La colonna sonora (Virgin Prunes, Suicide) ringhia il disagio. L’atmosfera è volutamente scomoda e qui arriva il punto: Prada parla di “scomodità” come categoria esistenziale, ma la traduce in una forma ormai rassicurante che sinceramente non sorprende più.

In passerella cappotti tubolari, alti, abbottonati fino al collo ma portati con l’attitudine disinvolta di un bomber; linee asciutte, quasi ascetiche; una palette di rosa antico, malva, verde anice, viola profondo che sorprende senza mai diventare folkloristica.
doveroso sottolineare che la silhouette snella resta impressa perché diversa dal resto di Milano, non perché “rivoluzionaria”. come non sono rivoluzionarie le tecniche d’invecchiamento dei capi utilizzate da Miuccia e Raf, e Simons questo lo sa molto bene dal momento che fruga nel passato e nell’archivio immaginario e immaginifico di Margiela facendo sue, alcune delle tecniche più riconosciute e utilizzate da Martin come il memory of, ovvero la rivelazione di ciò che c’era prima: cuciture abrase, strati precedenti che riaffiorano, tessuti sottostanti che diventano parte del disegno; e il
décortiqué, con capi “scorticati”, consumati, smontati per mostrare la loro costruzione e il loro passato.

In Martin Margiela queste pratiche erano atti radicali: mettevano in crisi l’idea di lusso, di novità, di perfezione industriale. Erano gesti concettuali, spesso violenti, che parlavano di memoria, lavoro, anonimato, sistema. In Prada diventano linguaggio raffinato, colto, controllato. Funzionano, sì. Ma non destabilizzano.

Ed è qui che Raf Simons si rivela per quello che è: un rimastone, musicalmente e concettualmente: non perché sia fermo, Simons è lucidissimo, ma perché continua a muoversi dentro un’estetica e un immaginario formatisi negli anni ’90 e 2000, quando la reference sapeva ancora di trauma, sottocultura, tensione reale. Oggi quelle stesse coordinate vengono riproposte come grammatica consolidata.
Il disagio diventa stile, l’imperfezione diventa codice, la citazione diventa comfort zone.

Il risultato è una collezione riuscita, quantomeno nell’intenzione ma non rivoluzionaria. E va benissimo così. Prada non deve essere ogni volta un evento salvifico. Può essere, come qui, una prova di intelligenza sartoriale e culturale, senza bisogno di urlare al genio perché tanto di geniale non c’è niente. Anzi!

Milano Moda uomo FW26: L’Armadio di famiglia di Zegna rivela la bravura di Sartori.

Con Zegna Alessandro Sartori conferma qualcosa di semplice ma raro: è veramente bravo. Cappotti ampi che cadono naturali, trench fluidi, pantaloni morbidi, lane lavate che sembrano già vissute senza essere stanche. È un’idea di modernità sobria e concreta che respira sul corpo, senza tanti teatrini. Tra le pieghe ci sono richiami a Hermès by Margiela, sartoria invisibile e precisa, cuciture e volumi studiati per far emergere la memoria del capo, ciò che c’era prima senza essere pedante. I colori restano sobri, con qualche lampo di verde oliva e blu profondo. Sartori mescola rigore e leggerezza, memoria e innovazione, senza perdere personalità. Zegna ti ricorda che il mestiere conta ancora, che il lusso vero è invisibile e che l’armadio di famiglia può essere rivoluzionario quando è fatto bene.

Milano moda uomo fw26: Lessico Familiare e Simon Cracker: quando il discorso è ancora aperto

Fuori dai palazzi istituzionali, Lessico Familiare continua a lavorare sul linguaggio come atto politico. Il vestito non è mai solo vestito, ma frase, grammatica, relazione. Senza nostalgia, ne citazioni sterili: c’è un pensiero sul corpo contemporaneo e sul modo in cui abita il mondo. La collezione di Lessico Familiare unisce codici dello spiritualismo metropolitano e riferimenti storici in silhouette cocoon, sottovesti preziose e capispalla rielaborati.Bellissima la scelta musicale (più o meno hanno suonato l’album ray of light di Madonna) e ambizioso e credibile tutta la parte finale. Bravi

Simon Cracker, invece, resta uno dei pochi a praticare davvero l’upcycling come gesto culturale e non come greenwashing. Casting inclusivo, costruzione sbilenca, layering caotico ma lucidissimo: qui il sistema viene guardato di sbieco, smontato, ricomposto in modo lento, come un piatto che ha bisogno di tempo per regalare sapore, stupore ed emozioni sincere. Da Cracker le cose da mettere a posto sono veramente tante ma nel frattempo Simone Botte sta già compiendo una piccola rivoluzione perché mentre i grandi parlano di valori universali, sono spesso i piccoli a praticarli davvero. E lui oggi è il primo che mi viene in mente.

Milano, ancora una volta, si muove tra continuità rassicuranti, rimastoni illustri e isole di resistenza creativa. Sta a noi decidere cosa vogliamo ricordare. E soprattutto, cosa vale davvero la pena tramandare.

P.S. scrivere due righe su Dolce&Gabbana non mi costava nulla ma penso che il tempo da dedicare a quei due nazi almeno su TOH! MAGAZINE è finito.

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