Il duo Satantango, formato da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, racconta la periferia più intima e sospesa nel suo omonimo album d’esordio, nello specifico quella di Cremona. Un viaggio sonoro tra shoegaze, dream pop e atmosfere cinematiche che cattura l’essenza della provincia, dei luoghi si odiano ma che in fondo sin amano, e della nostalgia di un tempo perduto.
C’è una nebbia che avvolge i campi e i prefabbricati ai margini di Cremona, un’aria silenziosa e sospesa dove ogni dettaglio sembra sospeso tra realtà e memoria. È in questo scenario della provincia italiana che nasce l’omonimo l’album d’esordio dei Satantango che come la nebbia in cui è nato, crea una bolla ipnotica che ci stordisce con il suo muro sonoro e ci culla con il suo lato più folk.
Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi trasformano il loro territorio d’origine in un universo sonoro shoegaze e dream pop, dove riverberi dilatati, atmosfere malinconiche e incursioni nel rock alternativo tra gli anni ’90 e i 2000, con reminiscenze di Deftones e Smashing Pumpkins, si fondono a una scrittura poetica e cinematografica.
La provincia si fa cinema, richiamando l’universo visivo e ipnotico del regista Béla Tarr – che ha ispirato il nome del duo – mentre il quotidiano più grigio si tinge di un romanticismo lucido e malinconico.
Satantango è un disco che cattura chiunque abbia conosciuto l’amore, la perdita e il lento scorrere della vita fuori dai margini della città, trasformando luoghi desolati e silenziosi in un paesaggio sonoro immersivo, capace di restare impresso tra riverberi, chitarre shoegaze e melodie sospese tra sogno e malinconia.

Ciao, come state?
Valentina: Bene, siamo un po’ in jet leg perché siamo tornati stanotte dall’Irlanda, siamo stati a vedere i My Bloody Valentine!
Come è andata?
Gianmarco: Sì, siamo tornati stanotte. È stato psichedelico, davvero: un’altra dimensione. Atmosfera incredibile, anche se il giorno dopo avevamo le orecchie distrutte dai volumi altissimi. All’ingresso davano già i tappi.
Quando ho visto la cover del vostro album, con quella casa avvolta nella nebbia, mi ha colpito subito: perché avete scelto proprio quella foto?
Valentina: È la fine della stradina dove facciamo tutte le nostre passeggiate sulla ciclabile. Di solito arrivo lì e poi torno indietro per rientrare a casa. Mi sono sempre sentita legata a quella centrale idroelettrica: la fotografavo già da piccola. Durante quelle camminate abbiamo anche scritto alcuni pezzi, quindi ci siamo molto affezionati a quel luogo.
La foto l’hai scattata tu?
Valentina: Sì, l’ho fatta io.
Quanto pensate che questo paesaggio fisico e mentale abbia influenzato il vostro immaginario e il modo di scrivere?
Gianmarco: Tantissimo. Tutto il disco parla di provincia, e anche il suono è nebbioso, cupo, scuro. Le atmosfere, la scelta dei suoni, vengono tutte da lì. Se fossimo cresciuti in un altro posto – pensa alla Sicilia – sarebbe stato un disco completamente diverso. Siamo figli della nostra terra. Certo, questi luoghi hanno anche una valenza metaforica, ma prima di tutto sono luoghi reali in cui viviamo.

I vostri testi sono molto evocativi: è un intento preciso o un metodo di lavoro?
Valentina: È proprio un intento. Abbiamo cercato di costruire visioni. Lavorare in modo visivo ci è sempre piaciuto, anche perché uno dei temi centrali del disco è il cinema. A volte parto da un argomento, ma spesso invece da una scena, da qualcosa che vedo chiaramente davanti a me.
Come vi siete conosciuti e come avete iniziato a suonare insieme?
Gianmarco: Viviamo nello stesso paesino, a circa 150 metri di distanza. Ci conosciamo da quando eravamo piccoli. L’idea di suonare insieme è nata dopo esperienze musicali diverse, poi con il tempo gli ascolti hanno iniziato a coincidere e ci siamo influenzati a vicenda, fino a scrivere insieme.
Come avete scelto il nome del progetto?
Valentina: Dopo aver visto il film di Béla Tarr abbiamo letto anche il libro e gli altri testi dell’autore. Già dalla prima scena del film ho pensato: “Questa è casa mia”. La cascina iniziale è identica a quella che c’è sulla nostra ciclabile. Poi, leggendo il libro e rivedendo il film, ci siamo riconosciuti negli archetipi del paese: il medico, la gente più credulona, i personaggi con il soprannome. Tutta quella goffaggine di provincia raccontata però con grande eleganza.
Il disco sembra seguire un percorso narrativo, quasi cinematografico. È stato pensato così?
Gianmarco: Sì, ed è stato scritto proprio in quel modo. Abbiamo scritto prima la prima e l’ultima traccia, poi tutte le altre una dopo l’altra. Non è stato studiato a tavolino, è venuto naturale. C’è un movimento che riguarda sia la voce che gli strumenti: si parte più grezzi e sporchi, quasi doom, e si arriva a una dimensione più intima e new folk.

Dove avete registrato l’album?
Gianmarco: In casa. Tutto è nato con un computer vecchissimo, un Mac usato del 2009, una scheda audio mezza scassata e un solo microfono. Dovevano essere provini da riregistrare meglio, ma quando abbiamo provato a rifarli mancava la magia della prima volta. Così abbiamo tenuto quasi tutto, a parte qualche batteria riregistrata meglio.
Avete cercato volutamente un suono sporco e imperfetto?
Valentina: Sì. Ci avevano un po’ stancato le produzioni iperlevigate. Se una take ci emozionava, anche se era fuori tempo o con la chitarra scordata, preferivamo quella a una perfetta ma fredda. Le sbavature, se fatte bene, danno qualcosa in più.
Con che musica siete cresciuti?
Gianmarco: Io con il prog anni Settanta e poi una lunga fase metal da ragazzino, tipica della provincia.
Valentina: Io invece sono cresciuta con jazz e classica grazie a mio padre, poi ascoltando insieme ho scoperto prog, metal, alternative e new folk.
Vivete questo disco come un concept album?
Valentina: Sì, ci sono due o tre temi ricorrenti. Non è un concept alla maniera degli anni Settanta, ma è sicuramente un album tematico.
Ci sono film che vi hanno influenzato particolarmente?
Valentina: Uno dei miei preferiti è Gioventù, amore e rabbia di Tony Richardson che è diventato anche il titolo di un nostro brano. Mi ci sono rivista molto, soprattutto per il tema sociale, ancora attualissimo. Amo anche il film d’animazione Appuntamento a Belleville, Godard e Antonioni.

Avete già portato il disco dal vivo?
Gianmarco: Sì, abbiamo suonato tutto il disco alla festa di Dischi Sotterranei. Poi abbiamo fatto qualche data e suoneremo a La notte dei CBCR di Rockit al Magnolia il 25 gennaio. Nel 2026 ci sarà qualcosa di più strutturato, ma è ancora work in progress.
Come suonate dal vivo: simili al disco o più dilatati?
Gianmarco: Abbastanza simili al disco. A volte allunghiamo qualche coda, ma cerchiamo di riprodurre tutto il più fedelmente possibile, con un batterista e un bassista che ci accompagnano.
Qual è l’ultimo album di cui vi siete innamorati?
Valentina: Se parliamo dell’ultimo periodo, direi abysskiss di Adrianne Lenker.
Gianmarco: Tra gli italiani, The Spin l’ultimo disco dei Messa. A livello internazionale abbiamo riscoperto il primo disco dei Fleet Foxes, anche se purtroppo tardi. È un album meraviglioso.
I prossimi LIVE dei Satantango:

