IL CAIRO: “Poltergeist” è il disco che trasforma Milano in un film notturno

Con Poltergeist, IL CAIRO abbandona le atmosfere più luminose del passato e costruisce un immaginario notturno, urbano e cinematografico. Tra synth, moto e strade deserte, il disco diventa il racconto di una Milano diversa — e di tutto ciò che, invisibile, ci cambia dentro.

C’è una Milano che non ha niente a che vedere con quella patinata delle vetrine e dei rooftop. È una città fatta di silenzi, di strade vuote illuminate da insegne al neon, di motorini che attraversano cavalcavia nel cuore della notte. È proprio lì che nasce Poltergeist (RC Waves), il nuovo album del milanese Luca Ziliani aka IL CAIRO, uscito lo scorso 20 marzo in in vinile e in digitale.

Otto tracce che si muovono tra synth pop, indie rock e post punk, costruendo un paesaggio sonoro sospeso e magnetico. Un disco che non racconta una storia lineare, ma una condizione emotiva: quella di chi attraversa la propia città, e quindi sé stesso, in un momento di trasformazione. Il “poltergeist” evocato dal titolo non è solo una presenza inquieta, ma una metafora precisa: l’imprevisto che irrompe, che sposta gli equilibri, che obbliga a cambiare direzione.

IL CAIRO ci fracconta di questo nuovo mondo, fatto da sonorità più “tropicali” rispetto gli esordi, un mondo più scuro e introspettivo, nato da nuovi ascolti ma anche da una consapevolezza diversa. Milano, in questo percorso, diventa quasi un personaggio, non quella da cartolina, ma quella periferica, vissuta, reale. Un luogo che non si lascia mai definire del tutto, proprio come le emozioni che attraversano il disco. Lo abbiamo incontrato:

Ciao, Luca, come stai?

Tutto bene grazie!

Partiamo dal circolo ARCI L’Impegno a Milano dove ci troviamo ora: è uno spazio che in molti ancora non conoscono. Che ruolo hai lì?

Sì, è uno spazio abbastanza underground, ma molto vivo. Il venerdì sera facciamo sempre eventi. Io faccio parte del direttivo del circolo e mi occupo anche della direzione artistica, quindi seguo un po’ tutta la parte di programmazione, di quello che arriva e di come viene sviluppato. È un lavoro sia organizzativo che creativo, diciamo.

Che tipo di serate proponete?

La cosa bella è che non c’è una formula unica. Facciamo principalmente live: band, progetti emergenti, musica elettronica ma anche cose più suonate, più acustiche. Poi ci sono DJ set, proiezioni, mostre… è uno spazio abbastanza libero, dove può succedere un po’ di tutto, a seconda dell’energia del momento.

Il Cairo

Veniamo a Poltergeist: mi ha colpito molto il cambio di atmosfera rispetto ai tuoi lavori precedenti, più luminosi e “tropicali”. quì si entra in un mondo più scuro. Come ci sei arrivato?

È stato abbastanza naturale, anche se non programmato. Sicuramente c’entrano le esperienze personali: niente di drammatico, però con il tempo cambia il modo in cui guardi le cose, magari diventi un po’ più disilluso, più introspettivo.

Ma soprattutto sono stati fondamentali gli ascolti dell’ultimo periodo. Ho scoperto artisti che mi hanno aperto nuove direzioni, alcune cose le conoscevo già ma non le avevo mai approfondite davvero. Questo ha influenzato molto il modo in cui ho scritto e prodotto i brani.

Il titolo è molto evocativo: Poltergeist come presenza invisibile che altera gli equilibri. Quanto è legato a esperienze reali?

Nasce proprio da episodi concreti. Quelle situazioni in cui succede qualcosa che non ti aspetti e improvvisamente cambia tutto. È come se cadesse un posacenere sul tavolo: un gesto apparentemente casuale che però ti fa rendere conto che qualcosa si è mosso, dentro e fuori.

Poi, a posteriori, è diventato anche un modo perfetto per raccontare il periodo che stavo vivendo: fatto di cambiamenti, di cose nuove, di eventi anche un po’ inspiegabili.

Il titolo potrebbe far pensare a qualcosa di negativo, ma il disco non lo è.

No, infatti. Mi interessava proprio scardinare quell’immaginario horror, molto anni ’80, legato alla paura. In realtà “poltergeist” significa “spirito rumoroso”: qualcosa che si manifesta, che si fa sentire. Non è per forza negativo, è una presenza che smuove, che crea movimento.

Ascoltandolo, sembra che non ci sia una vera narrazione lineare, ma piuttosto una condizione emotiva che tiene tutto insieme.

Sì, è esattamente così. Non c’è una storia dall’inizio alla fine, ma uno stato emotivo che attraversa tutto il disco. È più una sensazione continua che un racconto.

Milano nel disco è molto presente, quasi come un personaggio. Che rapporto hai con la città?

È cambiato tanto nel tempo. Nei lavori precedenti c’era più un’idea di fuga: ero molto attratto dal mare, da sonorità più mediterranee, più “tropicali”. Negli ultimi anni invece ho fatto un po’ pace con Milano. Mi sono reso conto che tutto quello che scrivo nasce da quello che vivo qui: dalle strade, dai luoghi, dalle persone.

Allo stesso tempo però mi interessa raccontare una Milano diversa, meno patinata rispetto a quella che si vede di solito. Appena esci da certi quartieri, scopri una città completamente diversa.

C’è un equilibrio interessante tra esterno e interno nel disco: città e interiorità, realtà e percezione. È stato costruito o è venuto fuori da solo?

Un po’ tutte e due le cose. Spesso parto da qualcosa di esterno: una situazione, un momento, anche banalmente un viaggio in macchina o in moto e da lì nasce un pensiero interno.

Rispetto al passato, dove magari descrivevo più quello che succedeva fuori, qui sono andato molto più dentro. Le cose esterne diventano un innesco per raccontare quello che succede interiormente.

Si percepisce anche una sorta di sospensione, come se il disco non si chiudesse davvero.

Sì, è voluto. Il brano Poltergeist, per esempio, è stato registrato in presa diretta con tutta la band insieme, come si faceva una volta.

Alla fine è venuta fuori questa coda lunghissima, molto libera, quasi ipnotica. All’inizio ci siamo chiesti se accorciarla, poi ho deciso di lasciarla così. Mi piaceva l’idea di qualcosa che continua, che non si chiude davvero.

Anche l’immaginario visivo è molto forte. Quali sono stati i riferimenti?

Sicuramente il film Drive è un riferimento importante, ma anche Fallen Angels di Wong Kar-wai, soprattutto a livello visivo.

Con il team creativo abbiamo lavorato molto su queste suggestioni. Non in modo didascalico, ma come atmosfera di fondo.

A proposito di ascolti: quali artisti ti hanno influenzato di più?

Mk.gee è stato una rivelazione, soprattutto l’ultimo disco. Poi John Maus, The War on Drugs… e anche cose più di nicchia come Black Marble e Part Time.
Hanno quelle sonorità un po’ nostalgiche, synth wave, post-punk, che mi hanno preso tantissimo. Li ho davvero consumati.

Hai scelto anche il vinile, che oggi è quasi una scelta controcorrente. Che tipo di esperienza immagini per chi ascolta il disco?

Me lo immagino di notte, tipo alle 2:00, quando torni a casa dopo qualcosa di intenso, che sia una bella serata o una delusione. Il vinile nasce proprio da questa esigenza di rallentare, di avere un rapporto più fisico con la musica.

Anche il gesto di aprirlo, guardare il booklet, trovare qualcosa dentro… è tutto parte dell’esperienza.
Oggi magari molti lo comprano anche senza avere un giradischi, come oggetto. Però secondo me racconta un bisogno: quello di tornare a qualcosa di più concreto.

Hai già portato i nuovi brani de IL CAIRO dal vivo ?

Li ho provati in diverse forme: da solo, chitarra e voce, e con la band. Dal vivo mi piace lasciare libertà ai musicisti, quindi i pezzi cambiano sempre un po’. Magari quelli più vecchi li trasformo completamente, mentre quelli nuovi restano più vicini al disco, almeno all’inizio.

Ultima domanda: l’ultimo album di cui ti sei innamorato davvero?

Direi It’s Immaterial di Black Marble. Non è recentissimo, ma l’ho scoperto da poco ed è uno di quei dischi che ti prendono completamente.

IL CAIRO “Poltergeist” (RCWAVES)

Poterte vedere IL CAIRO live il 18.04 a @biko_milano (full band)