Francesca Michielin: «Dentro di noi convivono magia bianca e magia nera»

Sei nuove tracce completano il progetto discografico di Francesca Michielin, Magia Bianca e Magia Nera, tra suggestioni gotiche, sonorità dark e figure femminili fuori dagli schemi. Un universo che prende vita anche sul palco con un’imminente tour teatrale immersivo, mentre la musica continua a intrecciarsi con le battaglie per i diritti e la libertà individuale.

Le streghe, da sempre, sono figure che rompono le regole e sfidano le convenzioni. È da questo immaginario di libertà e autodeterminazione che nasce Magia Bianca, Magia Nera, il nuovo progetto di Francesca Michielin, completato il 30 ottobre con sei nuove tracce.

Tra sonorità dark, suggestioni fantasy e figure femminili fuori dagli schemi, il disco diventa anche una riflessione sull’accettazione delle proprie contraddizioni e sulla libertà di essere se stessi.

Temi che si intrecciano con l’impegno di Francesca, da sempre vicina alle battaglie per i diritti LGBTQIA+, (vi basterà ascoltare il nuovo singolo La mia ragazza, per ritrovarla di nuovo dalla nostra parte), e che troveranno una dimensione ancora più spettacolare nel prossimo tour teatrale: un concept immersivo in otto atti che porterà sul palco l’universo magico e simbolico dell’album.

Dal punto di vista puramente musicale per te in cosa differiscono Magia Bianca e Magia Nera e cosa, invece hanno in comune?

La cosa che unisce Magia Bianco e Magia Nera è che sono sempre stati concepiti come unico progetto suddiviso in due episodi.

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Francesca Michielin – Foto di Alessandro Porri

C’è una patina fantasy anni Ottanta che fa un po’ da padrona, con la dirompenza dei sintetizzatori, delle drum machine e di sonorità che attingono a un universo femminile anni ’80, penso a Kate Bush o a Stevie Nicks.

È chiaro, però, che nella prima parte c’è un mondo sonoricamente più luminoso che nella seconda parte si fa molto più scuro, nervoso, a tratti anche cimiteriale. Di fatto, però, finisce comunque con la luce di Una spada nella roccia, un brano estremamente raggiante.

E’ il pezzo che chiude l’album ma è stato anche quello su cui ho speso più tempo in produzione, perché non riuscivo a trovare la chiave giusta. Ho sempre amato molto le atmosfere dark: chi mi conosce da tempo lo sa. Anche brani come L’amore esiste e Battito di ciglia non sono particolarmente solari dal punto di vista sonoro, anzi hanno atmosfere molto scure.

Per me, quindi, una ballad di Francesca Michielin doveva essere comunque una ballad dark. Invece abbiamo fatto qualcosa di estremamente luminoso. Ringrazierò sempre Rocco Rampino, direttore musicale di questo progetto, perché mi ha dato questa ispirazione e questo coraggio. Sono molto contenta del risultato complessivo.

Mi piace molto quando un’immagine riesce a farti entrare subito in un mondo. Sono un po’della generazione del vinile: quando ascoltavi un disco, nel frattempo guardavi la copertina, studiavi il poster e ti leggevi i testi. Quando ho visto l’artwork di Magia Bianca, Magia Nera sono rimasto subito catturato.Qual è il simbolismo che c’è dietro e chi l’ha realizzata?

Tutto i miei progetti grafici, dal singolo Francesca in poi, sono di Danilo Gubani, il mio direttore creativo. In realtà non si tratta tanto di un labirinto, quanto di una foresta oscura all’orizzonte.

Al centro c’è un luogo in cui si riuniscono tutte queste donne, che sono streghe, ma che in fondo sono anche Francesche appartenenti a questo capitolo. Tra loro c’è anche la Francesca con la maschera da alieno del video di Francesca uscito a maggio 2025, dove per me è iniziato un po’ tutto questo progetto.

Senza rendermene conto, cantavo vestita di rose, ma dentro ero una strega cattiva. A un certopunto mi sono detta: questa strega deve venire fuori davvero!

Tutte queste Francesche rappresentano le donne in cui mi sono riconosciuta durante questo progetto. In Magia Bianca c’è una femminilità alternativa che vuole esplodere: può essere un’anguana, una dama di corte che non segue le regole oppure una feral girl.

In Magia Nero, invece, ci sono figure quasi archetipiche di riferimento, da Hildegard von Bingen a Caterina Etseldorfer. Sono donne che si vedono e che ho cercato di rappresentare all’interno di tutto l’artwork, non soltanto in quello che appare immediatamente, ma anche in ciò che si scopre osservandolo più attentamente.

Un elemento importante è quello delle bilance. In Magia Bianca e Magia Nero c’era una bilancia che inizialmente propendeva verso la colomba, simbolo della magia bianca, mentre il corvo sull’altro piatto rappresentava la magia nera.

In realtà, poi, la bilancia è diventata la vera protagonista. È per questo che nelle immagini oggi non ci sono più il corvo e la colomba: non è tanto importante la magia bianca o quella nera, quanto l’equilibrio. È questo il vero cardine di tutto il progetto, il suo filo rosso. La bilancia sarà protagonista anche del tour teatrale, a livello figurativo e scenografico.

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francesca Michielin “Magia Bianca. Magia Nera” (Columbia Records / Sony Music Italy)

Ognuno di noi ha dentro di sé sia la magia bianca sia quella nera. L’errore che facciamo, secondo me, è pensare che noi siamo i buoni e gli altri siano i cattivi.

Siamo tutti un po’ villain, tutti un po’ bad bitch, tutti un po’ bulli. Non siamo soltanto quelli che sono stati bullizzati: a volte siamo stati anche noi bulli, magari senza rendercene conto.

Se capisci che dentro di te convivono forze diverse e che sta a te decidere quale equilibrio trovare, quale percentuale dare a ciascuna, allora puoi diventare davvero consapevole e presente a te stesso. E puoi anche fare del bene agli altri.

In questo momento la bilancia è vuota perché non è più importante da quale parte penda: l’importante è che ci sia una bilancia.

A livello di produzione avete fatto un lavoro incredibile. Mi piace molto come l’album attraversi generi diversi: pop, rock, quasi metal, techno, dance ed elettronica, riuscendo comunque a mantenere una grande coesione. Si capisce che tutto appartiene allo stesso mondo. Hai studiato molto oppure ti sei soprattutto divertita?

Tutte e due le cose. La verità è che mi sono sempre divertita a studiare.

Una cosa che ho sempre detto alle persone che mi circondavano, quando ero offline dai social per scrivere il disco, quindi mi vedevano tre persone in croce, era che mi sembrava di essere tornata ai tempi del conservatorio, quando dovevo preparare la tesi di laurea.

Da una parte c’era una grande stanchezza, dovuta a tutte le informazioni da raccogliere e mettere in ordine. Dall’altra, però, c’era quella sensazione bellissima che ti dà lo studio, quando sei appassionato di qualcosa.

Mi ricordo che, quando ero una studentessa lavoratrice, dicevo spesso: «Mamma mia, ci sono giorni in cui vorrei essere soltanto in tour e non pensare alle verifiche di latino, e altri in cui vorrei soltanto studiare latino senza dover salire anche su un palco».

È stato bello riuscire a unire queste due dimensioni: immergermi in qualcosa che mi appassionava,approfondirlo e cercare di capirlo fino in fondo.

Abbiamo anche coinvolto un filologo, Davide Melchiorri, che ci ha accompagnato in questo percorso di studio.

Non si è trattato soltanto di studiare, ma anche di confrontarmi continuamente con lui: «Secondo te, perché queste cose ritornano? Io sento che esiste un legame tra questo elemento e quest’altro: tu cosa ne pensi?».

C’era anche il piacere di soddisfare la propria curiosità. Ogni tanto mi scoppiava la testa, ma allo stesso tempo mi sono divertita tantissimo a confrontarmi con persone che conoscevano profondamente questi argomenti.

Ho trovato tutte le persone giuste per realizzare questo progetto. Magari puoi lavorare con un produttore bravissimo, ma se non è appassionato, per esempio, di Dungeon Synth, diventa tutto più difficile.

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Il mondo del Dungeon Synth lo conoscevi già oppure lo hai scoperto recentemente?

Era un mondo che conoscevo fin da piccola, quando giocavo alla PlayStation 1 a Medieval, ma non sapevo che si chiamasse così e nemmeno da dove derivasse.

Ascoltare le colonne sonore di Skyrim o di Zelda era qualcosa che facevo già. Non mi ero mai chiesta perché esistessero tutte queste connessioni, quale fosse la storia dietro a questo genere e quali fossero le sue origini.

Non sapevo, per esempio, che tutto il dungeon synth derivasse in parte da Dungeons & Dragons, né che il metal fosse un altro ambito da cui questo genere aveva tratto ispirazione. Spesso i metallari utilizzano sonorità dungeon come intermezzi musicali o skit.

Non conoscevo tutte queste cose: semplicemente le ascoltavo. È bellissimo quando qualcosa che ami improvvisamente acquista un nome e un significato. A quel punto dici: «Ah, quindi adesso ho capito!». E nella tua testa si collegano il Signore degli Anelli e tante altre cose. È stato molto divertente.