THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE. è un’opera ambiziosa e profondamente personale che mostra RAYE nella sua forma più audace e intensa sul piano emotivo. Segna una nuova, decisa evoluzione per l’artista del sud di Londra, che trasforma dolore, insicurezze e conflitti interiori in un racconto sonoro dal respiro cinematografico, incentrato su resilienza e rinascita.Tra pop, R&B, jazz, big band, soul e suggestioni orchestrali, i 17 brani dell’album si sviluppano come un dramma contemporaneo dai colori vividi, in equilibrio tra momenti di oscurità e una costante tensione verso un ottimismo combattivo. Il risultato è un lavoro immersivo e carico di emozione, che restituisce alla speranza un significato lontano da ogni ingenuità: qualcosa di conquistato con fatica, fragile e, proprio per questo, profondamente trasformativo.
In un momento dove l’industria premia la sintesi, RAYE sceglie l’espansione e costruisce un disco che difficilmente passerà inosservato poiché va consumato e vissuto.
73 minuti. Diciassette tracce. Un concept album diviso in quattro atti, o “stagioni”, che raccontano un percorso emotivo dalla rottura alla ricostruzione, dalla depressione alla felicità, dai paragoni con altri artisti (inevitabile) fino alla consapevolezza di sè. This Music contains hope. è, senza giri di parole, il disco dell’anno e difficilmente lo troveremo sotto la prima posizione degli album più venduti in Inghilterra almeno fino all’estate.
This Music May Contain Hope. è costruito come un musical contemporaneo: jazz, soul, big band, elettronica, orchestrazioni cinematografiche, spoken word. Tutto insieme, come insegna il jazz, espressione musicale che RAYE ha interiorizzato e non solo ascoltato.
Su 17 pezzi forse solo tre o quattro possono essere etichettati come singoli che funzionano, perfetti per la radio ma in questo disco c’è una struttura da grande musicista e soprattutto una cosa che nel pop si sta perdendo quasi completamente: Esiste una narrazione e vi dirò di più questo album va ascoltato dall’inizio alla fine, pensiero ormai bandito, nell’era degli hook da 15 secondi.

RAYE canta come se fosse su un palco, non in uno studio e questa cosa si percepisce in ogni brano, da quello più difficile a quello più catchy, passando da un registro jazz anni ’50 a momenti quasi da showgirl tragica, con un controllo vocale che oggi nel pop mainstream semplicemente non esiste, si perchè Adele fa parte di un’altra era e perchè Amy Winehouse è morta. Le influenze sono evidenti: da Shirley Bassey a certa tradizione soul orchestrale, fino ad alcuni pezzi dance che ricordano la RAYE vocalist dell’inizio carriera ma non diventano mai imitazioni perchè RAYE è unica e sa come citare restando se stessa.
Ci sono momenti in cui il disco si compiace e mi riferisco agli intermezzi parlati di alcune tracce troppo lunghe, di idee che avrebbero avuto bisogno di essere tagliate senza pensarci due volte. Non tutto è necessario, a volte l’artista sembra più interessata a dimostrare quanto è capace, piuttosto che a lasciare respirare le canzoni.
Ma, ed è un “ma” enorme, è un difetto che deriva da un eccesso di visione, non dalla sua assenza.
In un momento storico in cui il pop è diventato prudente, algoritmico, quasi vigliacco, questo disco fa una cosa rarissima: rischia davvero.
RAYE prende il dolore e lo rende spettacolo, lo trasforma in qualcosa che ha più a che fare con il teatro che con TikTok. E sì, a volte sbaglia ma almeno prova a fare qualcosa che non sia già stato approvato da un team marketing,
This Music May Contain Hope. non è un capolavoro perfetto e forse per questo è molto più interessante di così. È un disco disordinato, eccessivo, a tratti autoindulgente.
Ma è anche uno dei pochi lavori recenti che sembrano avere un’identità reale, non costruita. E oggi, nel mondo sempre più omologato del pop, è già una rivoluzione.
Raye This Music May Contain Hope recensione Raye This Music May Contain Hope recensione
Ph. credits: Aliyah Otchere

