HÅN: «La mia nuova fine è il modo più sincero di ricominciare»

Una nuova fine è il disco con cui HÅN racconta il cambiamento trasformando il tempo in parte integrante del racconto. Pubblicato seguendo il ritmo delle stagioni, il progetto è stato svelato attraverso quattro capitoli composti da due brani ciascuno, fino all’arrivo dell’album completo con tre tracce inedite. Un percorso narrativo in cui ogni stagione rappresenta una fase diversa, personale e musicale.

Nel corso dei dieci brani, anche il suono attraversa una trasformazione: dalle atmosfere più oscure ed elettroniche dei primi episodi si passa a una dimensione più organica, fatta di strumenti acustici, arrangiamenti ricchi e una scrittura più diretta. Al centro rimane la ricerca di una voce autentica, capace di raccontare emozioni, relazioni e cambiamenti senza filtri.

In una caldissima giornata estiva ci siamo incontrati al Parco Lambro, a Milano, per fare due chiacchiere e qualche scatto. Giulia Fontana, in arte HÅN, ci ha raccontato la nascita di Una nuova fine (Undamento), il passaggio definitivo all’italiano e un album costruito attorno al ciclo delle stagioni, dove ogni fine può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo.

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HÅN – photo Ikka Mirabelli

Ciao Giulia, l’ultima volta che ci siamo visti era per il disco del 2022. Da allora sono passati diversi anni e la tua musica è cambiata molto. Eppure, secondo me, il tuo immaginario è rimasto riconoscibile: è cambiato soprattutto il suono, non il tuo mondo. Come hai vissuto questa evoluzione?

Tra il primo album e il nuovo c’è stato anche un EP fuori dalla stanza, nel 2024, già in italiano, che rappresentava una specie di ponte tra i due lavori. Però il cambiamento più grande è stato soprattutto nel modo di scrivere. Più che la lingua, è cambiato quello che voglio dire e come voglio dirlo.

All’inizio mi piaceva costruire immagini molto elaborate, quasi criptiche. Erano testi più astratti, complessi, che spesso lasciavano spazio a tante interpretazioni. Oggi quella scrittura mi interessa meno. Preferisco andare dritta al punto. I miei testi sono diventati molto più semplici, ma anche molto più sinceri. Mi sembra di aver trovato una dimensione che mi rappresenta davvero.

Dall’inglese all’italiano trovare una voce più autentica

Pensi che questo cambiamento sia legato anche al fatto di scrivere e cantare in italiano? Molti artisti raccontano di sentirsi più esposti nella propria lingua.

Sicuramente la lingua ha avuto un ruolo, anche se il cambiamento non è stato immediato. L’EP era ancora una via di mezzo e, riguardandolo oggi, sento che stavo ancora cercando la mia voce.

Adesso invece mi sento in pace con quello che faccio. Prima mi piaceva la mia musica, ma avevo sempre la sensazione che mancasse un pezzo di schiettezza.

Quindi non vivi l’italiano come qualcosa che ti rende più vulnerabile, ma come una forma di autenticità?

Esatto. Per me è proprio questo il senso di fare musica. Se ti nascondi, perdi qualcosa. L’inglese, inevitabilmente, crea una distanza: perché non tutti lo comprendono allo stesso modo, ma anche perché quando parli una lingua diversa dalla tua ti relazioni in maniera diversa con quello che stai dicendo.

È una cosa di cui si parla anche in psicologia: ogni lingua attiva sfumature diverse della nostra personalità. Quando scrivo in italiano sento di essere molto più vicina a me stessa.

Come è avvenuto questo passaggio? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avresti scritto in italiano?

Paradossalmente è successo mentre vivevo a Londra, nel 2021. Lì ho conosciuto diversi musicisti, sia inglesi sia italiani. Con alcuni ragazzi di Pescara abbiamo iniziato a scrivere insieme e, durante quel periodo, ho provato per la prima volta a farlo in italiano.

Erano gli anni del Covid, quindi passavamo tantissimo tempo a casa a scrivere. Vivere in un contesto così internazionale mi ha fatto capire che l’inglese, in fondo, non era la mia lingua naturale. Sentivo che mi mancava qualcosa e ho iniziato a cercare una voce più personale.

HÅN

Un nuovo suono tra elettronica, strumenti acustici e sperimentazione

È cambiato anche il suono. Questo disco è molto più suonato, più organico, quasi più vicino alla forma canzone d’autore, pur mantenendo una componente elettronica.

Sì, ed è una cosa che è nata strada facendo. Se ascolti il disco dall’inizio alla fine, senti quasi una trasformazione: parte con sonorità più elettroniche e poi diventa sempre più acustico e ricco di strumenti reali.

All’inizio ero ancora legata alle produzioni precedenti, ma volevo cercare un suono più crudo. Era una ricerca che avevo già iniziato con Marco Giudici nell’EP. Mi piaceva il suo modo di registrare, molto materico, capace di catturare anche piccoli rumori e imperfezioni.

Da lì abbiamo iniziato ad aggiungere strumenti come violoncello, clarinetto e altri elementi orchestrali. Mi piaceva l’idea di utilizzare strumenti tradizionali, ma manipolandoli con effetti e sound design.

Infatti l’elettronica non è sparita: semplicemente è diventata parte del paesaggio sonoro, non più il centro, sei d’accordo?

Esatto. La produzione l’ha curata Toga, ma abbiamo costruito tutto insieme. Io suono chitarra e pianoforte, anche se non in maniera accademica, quindi spesso cantavo le idee, i riff o le melodie che avevo in testa e poi le sviluppavamo in studio.

Non avevamo un progetto preciso fin dall’inizio. Abbiamo scoperto il suono del disco mentre lo stavamo facendo.

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Le quattro stagioni come racconto di un ciclo

Il disco è diviso in quattro capitoli, uno per ogni stagione, usciti prima singolarmente sotto forma di EP. ed ora racchiusi insieme a formare l’album Da dove nasce questo concept?

Mi affascinava l’idea di costruire un racconto ciclico. Nella vita ci sono tante cose che ritornano continuamente: gli stessi problemi, le stesse dinamiche, persone diverse che ti fanno vivere esperienze simili.

Le stagioni rappresentano proprio questo ciclo. Ognuna racconta un momento diverso del mio anno, ma anche del mondo intorno a me. Nei lavori precedenti ero molto concentrata sull’interiorità, sul diario, sulla stanza. Stavolta avevo voglia di guardare anche fuori.

Brani come Se fossi un verme parlano del corpo e di una condizione collettiva, mentre Rotondo nasce da una riflessione sulla fine del mondo, insieme metaforica e molto concreta. Le stagioni mi sembravano il contenitore perfetto per unire tutte queste prospettive.

“Una nuova fine”: quando lasciare andare diventa una rinascita

Hai scelto di intitolare il disco Una nuova fine. È un titolo che ribalta l’espressione “un nuovo inizio”. Come ci sei arrivata?

Mi piaceva proprio questo ribaltamento. È un gioco di parole, ma racconta anche una cosa molto personale.

Faccio sempre molta fatica a lasciare andare le cose: rapporti, lavori, situazioni. Tendo a restare fino a quando non arrivo davvero al limite.

Quest’anno, però, ho imparato a vivere le conclusioni in modo diverso. Quando qualcosa finisce non provo più quella sensazione di tragedia. Penso semplicemente che sia arrivato il suo momento.

Una fine, in realtà, contiene già l’inizio di qualcos’altro. È probabilmente la lezione più importante che mi porto dietro da quest’anno.

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Generic Animal, Rareș, Assurditè e Leanò, sono i feat del disco, erano amici o lo sono diventati?

L’album è nato da una session a La Casa degli Artisti a Milano, c’è stato un bel giro di persone, ma loro sono speciali, Rareș ha una sensibilità unica, con Assurditè e Leanò abbiamo fatto questo arrangiamento che si apre, vecchio stile, che mi piace moltissimo.

Generic Animal non lo conoscevo di persona ma un animale non sa piangere è nata al volo, ci siamo trovati subito in sintonia, il brano è praticamente uguale a quando l’abbiamo scritto.

Chi ha realizzato l’artwork del disco? C’è una continuità visiva con il lavoro precedente.

L’ha realizzato Agatha Ferrari Bravo. È un’artista che lavora tra pittura, tessuti e scultura. L’avevo scoperta sui social e poi ho scoperto che era anche amica di Dylan di Undamento, la mia etichetta.

Mi piaceva molto il suo immaginario e sentivo che poteva creare qualcosa che dialogasse con il disco precedente senza ripetersi. Infatti le due copertine si parlano: appartengono allo stesso universo, ma raccontano un momento diverso del percorso.

Ultimo album di cui ti sei innamorata?

OKlou “Choke Enough” è un album perfetto anche nella sua dimensione live, che ho avuto modo di vedere. E’ un’artista incredibile,.nessuno fa le armonizzazioni dal vivo come lei.

HÅN “Una nuova fine” (Undamento) – ascoltalo qui